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lavoricidi italiani

di Simone Palucci

Forse in fondo alla matrioska di capitoli sarà anche vero che il lavoro nobilita l’uomo, ma dopotutto è pavesianamente più vero che lavorare stanca. Oltretutto se il lavoro è stagionale, fatto a singhiozzi, umiliato, maltrattato, represso, abbrutito, precario o indecente, più che stancare, uccide. Più che lavori, sono Lavoricidi italiani. Quelli che uccidono l’anima e la ragione, il sentimento e, a volte, purtroppo anche troppo spesso, realmente le persone.
Lavoricidi italiani, edito dalla torinese Miraggi edizioni, è l’ultima fatica letteraria dello Zaratanclan, l’isola balena, il crogiolo di scrittori che, quasi facendo le veci del sindacato, fanno l’unione per rafforzarsi. E’ la terza opera che lo Zaratanclan sforna sotto il coordinamento impeccabile, lucido e intrigante di Paolo Nanni e Jonathan Arpetti, preceduto da Affetti collaterali e dal primo Lavoricidi. Dopotutto sempre di lavoro si tratta, anche quello dello scrittore non è semplice, ma la strana coppia è riuscita ancora una volta nella realizzazione di un romanzo cooperativo. Lavoricidi infatti non è solo un’antologia di racconti, ma anche un’unica grande narrazione, la famosa matrioska di capitoli, il puzzle di una storia appassionante, appassionata, che quadra, che non lascia nulla al caso. Il lavoro e la ricerca del lavoro, ma anche i sogni infranti e quelli realizzati, l’amore e l’amicizia, il successo e la disperazione, la poesia e la musica, la compravendita di corpi da cartolina. Lavoricidi è una miscela di situazioni ad incastro, che vanno dalle tragedie nipponiche fino agli intrighi dei palazzinari, che colpiscono modelle ed attrici, come bariste ed operai. Una storia di gratta e vinci miscelata allo sfruttamento, alla psicologia che riduce l’uomo alla più protettiva impronta animalesca di una tanatosi. Un meticcio di storie ben organizzate in un’unica storia. L’epilogo di una società in pezzi, folgorata da una scarica di egoismo, finita in un impoverimento sociale e culturale. A guardare Paolo Nanni e Jonathan Arpetti non si direbbe che potrebbero, due componenti chimiche così diverse, ottenere una fusione d’intenti, ma forse quello che accomuna il delirografo, cioè Nanni, al bravo ragazzo, Arpetti, sono proprio le differenze come ingrediente vincente per l’aggregazione e la costruzione. Tanto di cappello a tutti gli autori di Lavoricidi italiani che, oltre a Nanni ed Arpetti, sono Marco Apolloni, Christina B. Assouad, Simona Castiglione, Silvia Conforti, Stefania Conte, Eliselle, Connie Furnari, Carlo Giuttari, Sandra Mazzinghi, Gianluca Mercadante, Francesca Riccioni, Daniela Rindi, Alessandro Seri, Gabriele Sorrentino, Guendalina Tambellini, Carmelita Tesone, Carlo Vanni e Berenice Vena. Insomma, un ritratto gustoso, intenso, preciso e, inevitabilmente agghiacciante di un’Italia allo sfascio, in frantumi. Storie frammentate di un unico Paese, che come pezzi di vetro un tempo appartenevano ad un’unica vetrata.

La foto è di Luna Simoncini ed è in copertina nel primo “Lavoricidi”

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