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di Manuel Caprari

La libreria Arcobaleno, a Civitanova Marche, è una di quelle librerie, sempre più rare, in cui quando ci entri hai la sensazione di entrare in una libreria; ti senti subito a casa tra i libri ordinatamente ammassati in ogni dove; e a curiosare tra i volumi ti rendi conto che la scelta dei libri è molto più variegata della media e veicola una idea di cultura, poliedrica e curiosa ma forte e precisa.

Qui il valore del libro sia come oggetto con una sua personalità, e non merce anonima, sia come veicolo di idee, spunti e suggestioni intellettuali, si respira, si tocca quasi. La libreria poi al momento ospita anche i quadri dell’ultima edizione del concorso Poesia di Strada, e questo non fa che accentuare la sensazione di trovarsi in un posto che non si limita a vendere libri, ma che porta avanti un discorso culturale strutturato e organico.
In questa cornice Alessandro Seri è stato invitato, la sera di lunedi 18 febbraio, a festeggiare il suo compleanno in libreria, e per l’occasione a riproporre il suo monologo sui mondiali di calcio dell’82, presentato per la prima volta nel giugno del 2012 a Sant’Elpidio a Mare, in occasione della manifestazione Historica e replicato poi, nel corso dell’estate, a Mogliano e a Potenza Picena.
Il monologo per ora è depositato solo nella memoria dell’autore, ma confidiamo e caldeggiamo una versione scritta e pubblicata, perché Alessandro ha il piglio del narratore di razza, lasciatemelo dire. Seri non è un attore, e non si improvvisa come tale, e questo è il suo punto di forza. Porge il racconto con garbo e discrezione, con il sornione understatement che gli è consono; crede nella forza di ciò che racconta, e non so fino a che punto si renda conto della propria capacità affabulatoria.

Il piglio del narratore di razza, dicevo: da un lato umanizza i personaggi, dall’altro erge l’evento raccontato, la vittoria del campionato dell’82 da parte dell’Italia, a simbolo tanto dell’identità di un popolo quanto del cambiare dei tempi: in quella squadra descritta come una sorta di irresistibile armata Brancaleone che arriva per un soffio al secondo turno, e lì forse comincia a crederci, ma va avanti tra gol fortunati e parate quasi miracolose per non dire fortuite, Seri scova l’essenza dell’essere italiani: l’uomo qualunque, un po’ sgangherato, pressappochista, a cui non daresti un soldo di fiducia, ma che se la cava per un pelo, e che riesce, quando tutti lo danno per perso, a risollevarsi e a uscire anche vincitore; questo è il nostro talento e la nostra maledizione, e quei mondiali vengono visti come una tappa fondamentale di quel processo in cui si è passati dal farlo ingenuamente al farlo con metodo e consapevolezza, evitando sforzi e confidando nel rush finale.

Io non ho mai seguito il calcio; non sono mai riuscito ad appassionarmici più di tanto; mancanza mia, anche se ovviamente, come tutti, seguivo “mai dire gol”; però Bergomi, Cabrini, Paolo Rossi, Altobelli, Bearzot, come anche Maradona, Socrates, Rumenigge, sono nomi inevitabilmente radicati nel mio immaginario, legati a quelle domeniche in cui a casa dei nonni i miei vari zii ascoltavano le partite alla radio controllando i risultati della schedina; e mi rendo conto benissimo di come il calcio, da passione schiettamente popolare, negli anni si sia trasformato in qualcos’altro che non saprei bene definire; ancora di più non faccio fatica ad allargare lo schema proposto da Alessandro a temi più ampi, sociali e politici; ma in fondo sarebbe un escamotage, sarebbe come darmi un alibi: quello che mi ha più toccato del racconto di Seri è stata proprio la capacità di trasformare le partite di calcio in episodi di un racconto eroicomico, epica e parodia dell’epica al tempo stesso. Questo è il potere delle parole: renderti irresistibile anche ciò di cui non t’è mai fregato niente. Non è il calcio, è come lo racconti.