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di Arianna Guzzini

Era gremito di gente lo scorso 17 febbraio il Teatro di G. Leopardi di San Ginesio, una fila che sembrava interminabile s’appressava alla biglietteria in attesa di prender posto per assistere alla ripresentazione di Pitecus. Sarà stato per la notorietà del performer Antonio Rezza e della scenografa Flavia Mastrella, sarà stato anche l’amore che il pubblico del teatro ha verso i due, ma in ogni caso era certo che lo spettacolo sarebbe stato un successo.                                                    Senza la costruzione di un filo logico, un continuo susseguirsi di personaggi che si raccontano, mostrando nuda la loro realtà di uomini e donne, il loro rapporto con la perversione. Il vecchio Gildo si lamenta della sua solitudine, ma detesta che lo si venga a trovare; le sorellastre di Cenerentola ancora sperano nella rivalsa e si arrovellano per cercare di indossare loro, per questa volta, la giusta scarpa; un padre non si capacita dell’omosessualità del figlio; un uomo vende pezzi del proprio corpo per denaro, beni materiali che non gli serviranno più a nulla; genitori annoiati provano droghe di nascosto dal figlio moralista; tre giovani si cimentano nelle intemperie di un’estenuante attesa per un passaggio; inetti buoni solo a dormire. Non è possibile dire che fra tanti di questi personaggi ce ne sia qualcuno che sia messo propriamente alla berlina: essi ci vengono presentati nei cliché dei preconcetti dei quali si fanno portavoce, in tutta la loro banalità, come se fosse proprio la loro semplice evidenza a sugellare l’effetto della comicità.                                       La bravura di Rezza sta forse nell’utilizzo di una comicità violenta, una violenza attuata attraverso un magistrale utilizzo del corpo e dell’espressività su di un testo (mai) scritto da lui, una violenza a cui il pubblico viene brutalmente costretto ad essere partecipe senza alcuno scampo. Lo spettatore si ritrova rinchiuso nel teatro che diviene piuttosto una vera sala delle torture, senza avere possibilità di fuga. Non soltanto egli è messo dinanzi questi tremendi luoghi comuni della perversione, ma è spesso consapevole di condividerli pur volendolo negare. Egli ride, si sganascia di quei personaggi mentre solo a poco a poco nella mente gli si sta chiarificando il fatto che in realtà colui di cui si burla è se stesso. Ciò che gli sarà ancora più terribile ( perché purtroppo per  lui il peggio deve ancora arrivare: deve fare i conti col performer, ahimè) sono gli interventi diretti di Rezza, il quale intende a tutti costi da una parte risvegliare il suo pubblico dal suo stato di assopimento quotidiano, tentare di stimolarlo, di riattivarlo anche a costo di sembrare brutale, e dall’altra alimentare il suo spettacolo attraverso quella sinergia che solo dai suoi spettatori può ricevere con il suo applauso. Il performer richiama continuamente i suoi osservatori, si rivolge a loro nel bel mezzo di uno dei suoi pezzi, li riprende, li traumatizza. Se c’è una qualche voce che osa  erigersi per farsi ascoltare da lui da una lontana poltrona di platea, quel poveretto che ha parlato verrà istantaneamente distrutto: lo spettacolo viene interrotto, Rezza si scaglia contro di lui, lo smonta col suo fare estremamente sarcastico, lo sbatte ferocemente dinanzi quella sciocchezza appena pronunciata. Anche l’innocente parola di una bambina diviene l’occasione per un nuovo sfogo. Non sono esonerati nemmeno i silenziosi: non è concesso un volto eccessivamente apatico, non è permesso di applaudire in maniera troppo poco vigorosa. L’attore indaga ogni sintomo dei suoi osservatori, pretende che siano costantemente reattivi, che capiscano ogni singolo meccanismo del suo spettacolo, è pronto a ripetere da capo ciascun singolo pezzo se necessario (e lo fa sul serio!). Chi guarda si ritrova imprigionato in una sorta di limbo fra passivismo ed attivismo. È costretto all’attenzione ed alla partecipazione, ma non può in alcun modo opporsi alla violenza che sta subendo. È perché non riesce a smettere di ridere il motivo della sua passività. Dall’inizio alla fine non riesce a cessare di ridere quella moltitudine di personaggi, a smettere di deridersi, ride persino quando viene direttamente insultato (e giuro che verso la fine avevo seri dubbi sul fatto di avere ancora una mascella…). E allora se questo era uno spettacolo sul rapporto con le perversioni, cos’è questa che si ritrova a subire e ad attuare il pubblico se non perversione?

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