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alice_nel_paese_delle_meraviglie-2

di Arianna Guzzini

Attendete altri cinque minuti, stiamo per cominciare. Giusto il tempo di finire la sigaretta, magari dopo un caffè. Le ultime due chiacchiere davanti all’entrata del teatro ed ecco, vi presento la Macelleria Ercole teatro al Kg, prego accomodatevi pure.                                                                                  Un ritaglio di intimo spazio quello del Teatro Rebis, una decina di file appena, file rosse, rosse le sedie; impensabile è sottrarsi al contatto diretto con ciò che sta per accadere là, sul palcoscenico, un là che piuttosto sembra essere un qua, che impone un presa diretta, chi siede la sedia rossa siede anche il palco. Era già lì, sulla scena, a sipario aperto, col suo cerone bianco seduta immobile su di uno sgabello, in attesa di dar inizio al suo monologo. Unicamente attraverso questa sua stasi Maura Pettoruso, qui Alice, riesce a catturare attenzione. Il testo che sta per affrontare, scritto da Carmen Giordano, è un colosso, o meglio, sono i temi affrontati ad essere i colossi: i problemi esistenziali che colpiscono l’Io sono tacciati attraverso la dialettica tipica del pensiero, per mezzo di un continuo porsi questioni per poi metterle in discussione, evidenziarne le contraddizioni, ritornare su propri passi ed avanzare nuovamente, provare ad immettersi in ottiche differenti dalle proprie identificandosi con personaggi esterni a noi, provare a spiegarsi attraverso quelli che potrebbero essere i loro occhi. La maschera bianca è sempre sul suo sgabello, corre, cambia posizione senza mai discendervi. Ogni gesto ha lì il suo fulcro, un puntello che tuttavia non lascia mai disperdere la potenza di ogni singola azione, la quale finisce con l’andare a sostenere il testo, ad evidenziare e chiarificare i punti chiave della sua essenza esistenzialista, attraverso un perfetto connubio di movimento e parola, che non lascia mai spazio ad insormontabili oscurantismi di significato.                                                                                                                                                       Guardarsi allo specchio, cadere dentro se stessi. Vuoto. Vuoto? Alice cade, cade verso un non-luogo, si ritrova a nuotare nelle sue lacrime,  pare come sospesa nel gioco di luci, fra il bianco e l’oscurità, scompare lo sgabello che sempre la sostiene. Da un’unica voce allora un fluido cortocircuito di pensiero che si dirama, moltiplica se stesso dialogando e scontrandosi con ogni sorta di sfaccettatura che l’Io può assumere. Chi è Alice. Il nome, quello è certo: Alice. Il modo più immediato ed insufficiente per determinare un’identità. Bisogna scavare nel fondo del sogno per determinare la propria immagine. Se nella vita reale si è sempre troppo grandi o troppo piccoli, allora solo lo specchio del sogno può darci la giusta misura.  E l’altro, come ci vede? Non può bastare all’altro ciò che noi desideriamo essere, bisogna pensare anche a ciò che si dovrebbe essere. Ecco allora che la voce interiore si rende altro da sé, diviene un tu generico, diventa necessario auto-oggettivarsi perché così se ci si deve specchiare nell’altro, questo non può indurci alcun male. Ce lo si è fatto prima da soli. Eppure si ha in ogni caso necessità dell’altro e non si può prescindere da questo bisogno. La curiosità ci induce a ricercarlo, a comprenderlo, a specchiarci anche in esso, a farlo entrare nel nostro sogno e a tentare invano di spingerci nel suo. Il crudele dissidio fra immagine interna ed esterna non è evitabile, non c’è alcuno scampo dal cercare di crearsi un intimo equilibrio fra la vita interiore e quella esteriore. Ammesso che si desideri tale equilibrio. Ed il tempo, dannato, non giova affatto. Se il tempo dell’orologio ha un’unica direzione, incede senza aspettare mai nulla, col solo imperativo categorico di procedere e procedere sempre in avanti, quello interiore, invece, si prende la briga di scegliere per sé le direzioni più differenti, accelera, s’arresta, rallenta. Confonde ogni direzione, ci pone dinanzi probabili scelte di azione che il tempo reale non concede. Potremmo essere tutto ciò che si vorrebbe, ma la realtà non ci offre che scarse opzioni. “È TAAARDI! È TAAARDI!” Alice è in indiscusso ritardo. Su cosa? Ma su se stessa, no? Che cosa succederebbe se dentro di noi fossimo in ritardo sulla nostra vita? Piuttosto, in realtà, vien da chiedersi: è possibile non essere in ritardo sulla propria vita? Per andare di pari passo con la vita reale sarebbe necessario poter definirsi propriamente lucidi, ma chi potrebbe mai qualificarsi come lucido? Chi potrebbe pretendere di accaparrarsi il vanto di aver escogitato il modo di dar luogo a limitanti e limitate definizioni su ciò che il proprio io è, su ciò che esso non è, su quello che sono gli altri e la realtà esterna? Si peccherebbe d’ingenuità a credere che ogni nostro tentativo di reperire spiegazioni non siano altro che pure ipotesi, che solo un tempo spostato più avanti di noi ha la possibilità di verificare.