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di Marcello La Matina*

Si dice che nel nome che portiamo vi sia il presagio d’un destino. Questo fu certamente vero per il professor Petőfi S. János, linguista e filosofo del linguaggio, scomparso a 82 anni l’altra domenica. Era conosciuto da tutti, soprattutto per fama; ma era amato da chi lo conosceva perché, una volta tanto, la buona fama corrispondeva al vero. Petőfi S. János aveva insegnato in modo mirabile nell’università di Macerata dal 1989 al 2008, lasciando dietro di sé una scia di affetto e di gratitudine scientifica. In lui la dimensione planetaria del successo era andata di pari passo con quell’umiltà contadina che lo spingeva a radicarsi nella piccola città, dove camminava incurante del tributo quotidiano alla sua genialità. Quasi nessuno dei locali ne pronunciava bene il nome. Le vocali ungheresi, variamente storpiate, si sfilacciavano o si rapprendevano in molti modi: ma ovunque quel nome fosse riconosciuto, lì era anche ricordato con affetto. Petőfi è morto senza dover diventare un defunto: grazie alla sua umanità egli era già nostro e, vedremo, suo stesso antenato.
Chiamarsi Petőfi in Ungheria – mi diceva sempre – è come chiamarsi Garibaldi in Italia. Trovi sempre una via, una piazza che ne porta il nome; senza contare le statue, i dipinti che effigiano questo o quell’aspetto dell’eroe nazionale. Ma mentre le prove letterarie di Garibaldi erano discutibili, le poesie di Petőfi Sándor erano state – e sono tuttavia – di meravigliosa fattura. Inoltre, l’eroe patriota magiaro, che aveva fatto il 1848, e che si era reso immortale proprio morendo a 26 anni, era anche più di Garibaldi per i suoi concittadini: era la voce e l’anima stessa del popolo. Difficile convivere con la memoria di un antenato eroe del Risorgimento. L’effigie del vecchio Petőfi – quello, in realtà, morto giovane – era su tutte le banconote ungheresi da dieci forint, prima che l’insipida oleografia dell’euro mandasse in cantina l’ovale verdognolo dal quale il poeta ci guardava con affettuoso cipiglio.
Si capisce perché, quando Petőfi (quello odierno) era nato, i genitori non volessero proprio chiamarlo Sándor. Fu un’infermiera o una levatrice, non ricordo più, a darglielo quel nome. “Un Petőfi – disse alla madre che ascoltava senza parole – non può che chiamarsi Sándor”. E Sándor fu. Salvo che, per spirito d’umiltà, al nome celebrato i parenti premisero un più umile János, che vuol dire Giovanni. Nelle fiabe ungheresi János è quasi un nome comune. Da sempre, Petőfi S. János si firmava così: prima il cognome, poi il primo nome per intero e in mezzo l’altro nome abbreviato da un punto; abbreviato non già per pigrizia, ma per umiltà. Fu proprio così che il suo nome divenne presagio del successo che poi egli avrebbe avuto. Mentre per tutti il nomen è omen in virtù di quel che dice, nel caso di Petőfi, il nomen è omen in virtù di quel che tace. Quel puntino dopo la ‘S’ era un puntino di reticenza.
2.
Lo vidi la prima volta nel 1987, ad Assisi. Non sapevo che faccia avesse. Per questo avevo chiesto a qualcuno di indicarmelo, quando sarebbe venuto a far colazione. Mi trovai davanti un uomo alto, segaligno, avvolto in un elegante vestito verde pallido, coi capelli nerogrigi ripiegati sulla nuca; come quelli dell’ispettore Derrick. Sorrideva, mentre scendeva le scale dell’albergo al braccio d’una affascinante signora. Era molto diverso da quello che avevo immaginato attraverso i suoi scritti. La sua prosa sicura, la sua fama mondiale, mi avevano fatto ipotizzare una figura ben diversa. Il fatto, poi, che stesse in Germania da così tanto tempo mi suggeriva il profilo di un buon bevitore di birra. Quando gli chiesi se fosse davvero lui il famoso Petőfi, egli dovette accorgersi del mio stupore e, collegandolo all’immancabile antenato eroe e poeta, disse: “Sì, sono Petőfi, ma non quello vero”.
Invece era tutto vero, l’uomo, lo studioso, il professore. Aveva tratti gentili, ma questo è tipico dell’uomo ungherese; perfino Primo Levi lo aveva osservato, parlando dei suoi compagni ungheresi di lager in Se questo è un uomo. Il giovane Petőfi conosceva a menadito poesie in sette o otto lingue diverse ed aveva perfino studiato musica e insegnato in una scuola per ballerini. Stava in piedi con eleganza, ma era quasi privo di una muscolatura credibile: un vero magro, si direbbe, ma con un appetito che avrebbe reso piacevole anche il cibo peggio cucinato. Mangiava poco, a causa di una vecchia ulcera, ma quel che mangiava lo sceglieva con pazienza e – suppongo – dopo interminabili inferenze probabilistiche. Fatto gli è che, dopo avere scelto un cibo, gli rimaneva fedele per anni. Inoltre, mangiava sempre i piatti della gente del posto. “Se voi siciliani – mi diceva – mangiate le arance e noi ungherese la paprika, il motivo è lo stesso: la vitamina C”. Così pure mostrava una inguaribile fedeltà verso il gentil sesso – almeno a sentire il parere delle mille signore che venivano anche da lontano per ascoltarlo discutere di connessità e coerenza, di thema e rhema, ma anche di Ungaretti, Calvino, Leopardi, Borges e mille altri.
Parlava di una cosa per volta; ma, anche qui, la fedeltà al tema scelto era la promessa di una rutilante serie di osservazioni, precisazioni e deduzioni che avrebbero affascinato l’ascoltatore più prevenuto. Il suo stile era prevalentemente quello di un giovane professore europeo: serio, disinvolto, concentrato, insofferente verso la distrazione. Tuttavia, sbaglierebbe chi lo immaginasse lontano, assorto nel proprio disegno mentale o preoccupato di finire in tempo la lezione. In verità, metteva molta passione nel suo italiano periclitante; usava qualsiasi mezzo lecito per farsi capire, ma non svendeva le nozioni teoriche: amante dei giovani, era anche intransigente difensore della necessità di partire da una buona e certa dottrina. Riteneva che non si dovesse essere professori universitari se non si possedeva una teoria originale e riconoscibile. “In filosofia – diceva – quel che fa lo studioso non è il sapere tante cose, ma il cercare tante cose”. Guardava con sospetto ai docenti italiani. Diffidava, come solo un logico può fare, delle leggi e degli apparati universitari: “Voi italiani – diceva talora – mi sembrate come dei giocatori di scacchi che cambiano le regole tra una mossa e l’altra”.
Scriveva tanto e altrettanto leggeva. La domenica, poi, aveva preso a insegnarmi l’ungherese. Dava lezioni come se anche lui dovesse apprendere da se stesso. Le gambe penzoloni sul divano, il libro sulle ginocchia, gli occhiali lenti sul naso e quelle mani parlanti che disegnavano oggetti, paesaggi, ombre di un paesaggio che avrei pian piano imparato a riconoscere e amare. Le sue pose, a lezione, erano quelle di uno studente che si attardi a conversare con alcune decine di amici. Il tono sommesso, la voce talora spezzata da una breve tosse. Dopo un esordio in fil di voce però, quei piccoli polmoni, quel torace memore di una brutta polmonite, lasciavano uscire una voce ritmica e gioviale, pulsante e dinamica come un cavaliere della puszta.
3.
Petőfi S. János non aveva quasi nessuno dei difetti tipici dell’accademico: non era invidioso, non ciarliero né omertoso; non sedeva a conciliabolo per ordire congiure, non praticava l’eugenetica accademica (nessun suo allievo ha mai ricevuto “in eredità” un posto o una cattedra da lui prima occupata nelle Università dei vari paesi dove ha insegnato). Lasciava studiare senza pretendere obbedienze di scuola o stupide devozioni da funzionario comunista. Lui, il comunismo l’aveva conosciuto, e non ne parlava mai volentieri né a sproposito. Rispondeva sempre alle lettere di tutti: parlava con tutti. Non cercava prebende. In segreto mi confessava spesso che avrebbe volentieri scritto un articolo al giorno, se questo fosse servito a salvare l’università dall’incombente burocratizzazione.
Petőfi S. János è morto una domenica, nella sua Ungheria. Diceva sempre di avere tre patrie e tre destini. Ha avuto una vita speciale, ma ha sofferto molto per difendere il suo stile e la sua rettitudine. È stato un vero Petőfi, degno del nome che portava senza ostentarlo, discendente del grande poeta e antenato di se stesso. I suoi ottantadue anni non erano poi tanti, a cospetto della sua giovialità generosa e allegra. Diceva Aristotele, alludendo ai caduti in guerra, spesso uomini ancora validi: “È degno morire quando non si è degni di morire”. Petőfi S. János, uomo pacifico e mite, ha combattuto la sua buona battaglia da filosofo che praticava la sobrietà e serviva la verità. A suo modo, anche lui ha fatto il suo ’48: senza bombe né inni, ma con il passo veloce di chi corre lontano e ti lascia con un segno di mano. János, piccolo principe che hai addomesticato il mio cuore, stai tranquillo: non morirai. Sei solo appena nato.

*Professore di Flosofia del linguaggio all’Università di Macerata