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Di Manuel Caprari

La stagione jazz del Lauro Rossi è una piacevole consuetudine che prosegue ormai da molti anni, e ha portato a Macerata artisti riconosciuti come Enrico Rava e Lee Konitz, nonché contribuito a lanciare Stefano Bollani o Francesco Cafiso, che suonava già qui quando ancora non aveva, probabilmente, neanche il patentino per il motorino.
Quest’anno la formula si rinnova, con l’abbinamento di degustazioni enologiche, eventi collaterali e jam session; il tutto si svolge, prima e dopo il concerto a teatro, al Pozzo, storico pub ristorante pizzeria del centro storico, tappezzato non a caso di foto di Chet Baker, che proprio a Macerata venne a suonare nel 1985.
L’edizione 2012-2013, organizzata, come da qualche anno a questa parte, da Musicamdo, è partita a dicembre con Paolo Fresu e Daniele di Bonaventura, e col Gospel di Sherrita Duran. Il 10 febbraio è stato il turno di Jeremy Pelt, uno dei musicisti jazz più lanciati e apprezzati del momento, sulla scena americana e mondiale. Il suono della sua tromba, pulito e squillante, si colloca a metà tra la ricercatezza sperimentale del Miles Davis degli anni ’50 e la visceralità di un Dizzie Gillespie; a cavallo tra il cool e il bebop, con un occhio agli sviluppi degli anni ’60, ma a prescindere dal jazz rock e dal free jazz, questo musicista definisce un sound che potremmo definire ormai classico, nel senso più nobile del termine, che lega insieme poliritmia, imprevedibilità e un ottimo livello di fruibilità.
Pelt s’è esibito col suo quintetto nella formazione composta da Roxy Cross al sax tenore, David Bryant al piano, Dwayne Burno al contrabbasso, e Nicola Angelucci alla batteria.
Il concerto inizia e finisce con pezzi piuttosto ritmati, con una parte centrale più melodica che sfiora il blues e ripesca il brano “I’ve just seen her” dal musical “All American”.
La struttura delle esecuzioni si basa per la maggior parte dei pezzi sull’introduzione del tema suonato da tromba e sax, sostenuti da una solida base ritmica, e poi dall’alternanza di assoli dei vari strumenti, soprattutto dei due fiati e del piano, ma non mancano spazi dedicati al basso; per poi riprendere il tema e chiudere il brano tutti insieme.
All’interno di questa struttura, che permette ai cinque musicisti sia di esprimersi come quintetto che come solisti, a mio avviso merita una nota a parte il ruolo del batterista, che non si limita mai a stare sui ritmi, già complessi di per sé, ma ci gioca continuamente, raddoppiandoli, entrando in controtempo, alternando pause, rallentamenti, crescendo, inserendo quindi un elemento di continua imprevedibilità alla base stessa della struttura dei brani. Brani scritti per la maggior parte dal pianista, ma anche dal bassista e dalla giovane sassofonista, che forse soffre dell’inevitabile confronto col suono potente di Jeremy ma si prende le sue soddisfazioni, appunto nell’esecuzione del brano scritto da lei, forte di una linea melodica emozionante, e in due o tre assoli, nella parte finale del concerto, davvero notevoli.
Un grandissima esibizione, insomma, impreziosita dall’ampio spazio che il titolare del quintetto lascia agli altri musicisti, cosa che nel jazz non è inconsueto, ma non va dato neanche per scontato. In ogni caso la generosità con cui Pelt si pone come musicista tra musicisti spicca inconfutabilmente.

(nella foto: Jeremy Pelt)