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di Eleonora Tamburrini

Qualsivoglia, da quod libet, quello che piace. Così recita ogni dizionario latino alla voce “quilibet, quaelibet, quodlibet”. E davvero regna l’eterogeneità nel catalogo della casa editrice maceratese, a vent’anni dall’inizio dell’avventura di un gruppo di allievi di Giorgio Agamben, che nel 1993 decidono di fondare proprio qui in provincia una cellula vitale destinata non solo alla sopravvivenza (tutt’altro che un obiettivo minimo nel settore), ma all’attenzione e al riconoscimento nazionale.
È proprio Gino Giometti, uno dei fondatori e attuale direttore assieme a Stefano Verdicchio, che in un’intervista a La Stampa precisa che la scelta del nome non indica alcuna propensione per il generico o l’indistinto e che anzi, “i testi che cerchiamo devono reagire sull’attualità, gettarvi sopra una luce inattesa”.
Una varietà di temi e di voci che si ricompatta in un’omogeneità di livello, e in un intento di ricerca e approfondimento ravvisabile in tutte le numerose collane, dalla filosofia (tra le altre, Spinozana), all’architettura (Quodlibet Abitare), dalla fenomenologia alla psicologia (Le forme dell’anima), fino agli approfondimenti critici multidisciplinari delle varie serie di Quodlibet Studio. Molti anche i progetti di coedizione con altre realtà e di collaborazione con associazioni e musei, che fanno di Quodlibet un vero ganglio pulsante: periferico, fuori dagli snodi classici della geografia culturale italiana, eppure profondamente, orgogliosamente “dentro”.
Di un catalogo che annovera ormai centinaia di titoli senza contare le riviste, è comunque difficile offrire qui una prospettiva esaustiva: rinuncio in partenza, colgo tutta la libertà che mi concede il nome stesso della casa editrice e mi rivolgo all’ambito letterario e alle proposte di narrativa che negli ultimi anni ho trovato più interessanti.
Un’attenzione particolare merita a mio avviso la collana Compagnia Extra, dedicata al contemporaneo con un’aderenza spiccata a quella “corrente” comico fantastica che per eredità e suggestioni parte da Ariosto e arriva a Calvino e Manganelli, fino agli esiti più recenti di area emiliano romagnola qui testimoniati da Celati e Cavazzoni (peraltro curatore della collana assieme a Jean Talon). Tutti questi nomi e molti altri compaiono all’interno di Extra nel fitto intreccio che li lega, a testimoniare una scelta frutto di un fronte di pensiero, di un orizzonte letterario davvero comune e condiviso, di una “Compagnia” per l’appunto. Di Celati ad esempio è uscito recentemente Comiche (2012), l’opera prima nata sotto gli auspici dello stesso Calvino e qui corredata da un’appendice con una nuova più recente riedizione dall’autore. In Il limbo delle fantasticazioni (2009) Cavazzoni dà un saggio del suo mondo paradossale, forsennatamente ironico, costellato dai casi minimi e dai quotidiani spaesamenti di che scrive. Disgrazia o vocazione, comunque un fatale destino, e come ne Gli scrittori inutili, si torna a ipotizzare, negandola, un’alternativa al silenzio postmoderno: se nulla di nuovo può essere scritto, allora la finzione di borgesiana memoria resta l’unica via. Ma da una leggerezza necessaria, da una comicità residuale che sa di sconfitta, nasce tutta la vitalità di un’epoca e di una letteratura, nascono quei personaggi sghembi, allucinati, metafisici che tanto piacevano a Federico Fellini. E non a caso di Fellini troviamo in questa collana un’edizione de Il viaggio di G. Mastorna, a cura di Cavazzoni (2008): una sceneggiatura per un film mai realizzato – qui restituita come un grande racconto – su un Aldilà in tutto identico alla vita vera. Un gioco di specchi, il sogno di un’ombra, un rovesciamento, ancora.
Su quest’ordine di sfide narrative anche Giorgio Manganelli, raccontato per Quodlibet da un bellissimo volume fotografico sempre a cura di Ermanno Cavazzoni (Album fotografico di Giorgio Manganelli, 2010). Una biografia per immagini che ci restituisce del visionario, funambolico Manganelli un universo quotidiano tenero e prepotentemente concreto; e si capisce che è dalla penetrante osservazione della cosiddetta realtà che nasce persino quell’incredibile, folle prova di critica letteraria, scandaglio psicoanalitico e riscrittura creativa che è Pinocchio: un libro parallelo, solo per citare uno dei molti esempi possibili.
Sempre con Compagnia Extra ho letto e molto amato quello che è ormai un classico della letteratura contemporanea francese, Georges Perec: ebreo scampato ai rastrellamenti, eterno perseguitato di se stesso e narratore instancabile delle infinite rifrazioni della sua storia; oulipiano come e più di Calvino, enigmista, equilibrista della parola, sempre immerso nel gioco di una letteratura che è sfida e contrainte. Un’eterna oscillazione tra l’abisso dell’inenarrabile e le infinite combinazioni del dicibile, cui assistiamo anche nel celebre Un uomo che dorme (2009, postfazione di Gianni Celati e traduzione di Jean Talon) e ne La bottega oscura (2011, prima traduzione italiana, a cura di Ferdinando Amigoni). L’“uomo che dorme” è un personaggio melvilliano, una sorta di nuovo Bartleby che una mattina si sveglia e parte alla ricerca di un’atarassia che sfidi l’attivismo furioso dei suoi tempi. Lo spazio parigino diventa un catalogo del mondo in cui aggirarsi da fantasma, in preda alla tentazione di un’indifferenza onirica. Ma i sogni sono per Perec rivelazioni autoindotte, grandi casseforti da forzare: così anche nella Bottega oscura ritroviamo 124 racconti che sono solo a prima vista l’elenco puntiglioso e forsennato di un’autobiografia inconscia. Perec non annovera, non elenca se non in apparenza: sempre invece inventa, racconta, rimaneggia, falsifica, non dice: e nell’intercapedine dell’omissione rivela, finché anche la dimensione incontrollabile del sogno diventa la scacchiera dell’ennesima partita con i propri ricordi, e ovviamente con il lettore. Quodlibet sceglie dunque un “fondamentale” e un inedito, riuscendo a restituire il senso della perlustrazione sistematica ed esaustiva di sé e del mondo che Perec tenta di compiere.
Sono orientamenti quelli di Compagnia Extra per nulla semplici, ma utili a non perdere di vista, e anzi a approfondire attraverso traduzioni e apparati critici di rilievo, autori e percorsi sempre a rischio di smarrimento nella selva indistinta – e assai oscura – della narrativa contemporanea.
Opera veramente meritoria in questo senso anche la riedizione per la collana In ottavo grande di Giù la piazza non c’è nessuno di Dolores Prato: una monumentale autobiografia ambientata a Treia, dove l’autrice, misconosciuta outsider della scena contemporanea, trascorre l’infanzia e l’adolescenza agli inizi del secolo scorso. Sin dagli esordi Quodlibet dimostra un legame forte con il territorio maceratese (basti pensare al lavoro poderoso sulle opere di Matteo Ricci), ma si supera ai miei occhi con questo romanzo, non il solo pubblicato dell’autrice (anche Scottature, 1996, e Sogni, 2010), ma senza dubbio il più stupefacente. A partire dalla sua genesi e dalle vicende editoriali: Dolores Prato riprende in mano appunti e brogliacci di una vita e li ricuce da ultraottantenne; assiste nel 1980 a una prima pubblicazione sfrondata e rimaneggiata per Einaudi da Natalia Ginzburg e tenacemente procede a una risistemazione di tutto il materiale secondo le sue intenzioni originarie. Non può dunque ricordare la prima edizione integrale a cura di Giorgio Zampa (Mondadori, 1997), che Quodlibet ripropone nel 2009 con un’ulteriore nota al testo di Elena Frontaloni. Un’operazione meritoria dicevo, nei confronti di un libro di altissimo valore, tanto più incredibile quanto meno storicamente considerato dalla critica, forse perché da quella critica e da un certo milieu chiuso e autoreferenziale Prato era lontana e quasi estranea. Quella della giovane Dolores è la storia di un abbandono e della conseguente, travagliata ricerca di un’identità; ed è anche parallelamente la storia di una terra, con i suoi personaggi imperscrutabili, la consolazione e la dolcezza dei suoi riti, le sue aspre solitudini. Colpisce oltre alla potenza stessa della storia il linguaggio scelto, quello che la Ginzburg, certo con le migliori intenzioni, aveva cercato di rendere più universale e intellegibile (più Lessico famigliare diremmo), e che è e rimane invece unico e “particolare”; intessuto di espressioni dialettali e ellissi poetiche, evocativo prima che narrativo, si guadagna un’autonomia che lo fa assomigliare solo a se stesso ed è il luogo in cui si occulta e sopravvive il destino di un’esclusa, e di una grande scrittrice.
Concludo così questa analisi, certo limitata a poca, pochissima parte di una produzione tanto articolata, e destinata ad aggiornarsi con recensioni sulle prossime uscite e nuovi protagonisti. Mi piace sottolineare però come Quodlibet sia riuscita a crescere e ottenere un ampio respiro anche a partire dal suo territorio e da una piccola città; è una sfida sostenibile purché, senza negare il suo statuto di azienda, una casa editrice non rinunci agli spazi e ai tempi di una ricerca culturale di cui essere parte attiva e energia catalizzatrice. Credo che solo con questo spirito il settore potrà sopravvivere alla crisi e agli sconvolgimenti che lo attraversano.

(in foto la copertina dell’edizione Quodlibet di Giù la piazza non c’è nessuno, con una fotografia di Dolores Prato proveniente dal fondo omonimo dell’Archivio storico del Comune di Treia)