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cosimo e nicole

di Simone Palucci

“Volevo a tutti gli effetti raccontare un viaggio”. Il regista cinematografico trentacinquenne Francesco Amato, martedì scorso alla Multiplex 2000 per presentare Cosimo e Nicole, suo secondo film, sintetizza perfettamente il senso della pellicola. Riccardo Scamarcio e Clara Ponsot, Cosimo e Nicole, due attori plasmati nel senso documentaristico di un film da vedere, del suo viaggio interiore, del percorso fisico tra Genova, Parigi e Bruxelles. Una pellicola che ammicca ad un cinema francese appassionante, con una fotografia, di Federico Annicchiarico, che illumina il caos quotidiano del vivere, dello scegliere. Un montaggio, di Luigi Mearelli, voluto per contrasto, sia d’immagini che di suoni, musiche e silenzi. Francesco Amato, torinese di nascita, considera le Marche la sua seconda casa, “una terra da amare, e nella quale io ho trovato anche una ragazza da amare”. La pollentina Angelica Gabrielli, con la quale Amato condivide l’amore per la loro figlia Susanna oltre che il lavoro, infatti proprio la sua compagna si è occupata dell’organizzazione dei concerti nel film, che vedono, tra gli altri, gli Afterhours, i Marlene Kuntz e i Verdena. Il viaggio di Cosimo e Nicole prende vita a Genova, durante i tafferugli e la sospensione della democrazia che hanno avuto luogo al G8 del 2001. Sboccia un amore frenetico, tra violenza e lacrimogeni, l’esigenza genuina dell’altro, la poesia del momento. L’amore passionale in un letto girovago, che, immancabilmente, trova sempre il suo fulcro a Genova, dove la fatalità del bacio ha depositato la sua anima. Proprio a Genova i due conoscono Paolo, interpretato da un magistrale Paolo Sassanelli, un fonico ed organizzatore di concerti che offre alla coppia un lavoro, un’altra passione da sviluppare. Le cose però si complicano quando Alioune, lavoratore nero in nero, precipita da un’impalcatura mentre monta le luci del palco. Angosciati dall’accaduto, e credendolo morto, Paolo, Cosimo e Nicole abbandonano il corpo di Alioune alla periferia di Genova creando una torbida, piena di rimorsi, complicità tra i tre. Il viaggio nell’anima della coppia è così che inizia ad avere i suo declino interiore, intimo. La macchina da presa fruga nei caratteri dei due protagonisti plasmati nella sofferenza di un’apparente normalità, li scuote, li rompe. La capacità di Amato di deflagrare nei personaggi è unica. La fotografia tinge di pennellate a tratti armoniche, altri dissonanti, le immagini che scorrono in sala. La solitudine e l’egoismo, la paura, l’amore che si infrange sono rumori assordanti interrotti improvvisamente da silenzi da premio. In realtà, un premio il film l’ha anche vinto, meritatamente, lo scorso novembre al festival di Roma, risultando miglior pellicola nella sezione Prospettive italiane che lancia, appunto, un amo ai cineasti meritevoli del Belpaese. E’ impossibile non segnalare la bravura e l’autenticità di Riccardo Scamarcio e di Clara Ponsot, che hanno brillato e fatto brillare la perfetta sceneggiatura, equilibrata e profonda, scritta a sei mani da Amato insieme a Daniela Gambaro e Giuliano Minati. “L’idea è nata facendo una passeggiata sul lungotevere con Giuliano Minati”, dice Francesco Amato, “volevo raccontare una coppia, inizialmente avevo quasi pensato ad un documentario, alla fine è diventato un film”. E che film, costruito su misura per smentire chi continua a dire che il cinema italiano sia morto. Ovviamente gli stessi che non hanno visto questa perla di celluloide.

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