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after the tree 2

di Eleonora Tamburrini

Macerata è una città che non ti aspetti. Senza che se ne abbia piena percezione cova in sé una ricchezza e una pluralità culturale che ben si abbinano al nome e allo spirito della regione di cui fa parte. Parliamo di editoria: tra città e provincia molte realtà operano in quest’ambito; e anche al netto delle sedicenti tali, sono comunque numerose le case editrici giovani o già affermate che ciascuna con la propria specificità portano avanti una linea di ricerca interessante, e lo fanno secondo principi ascrivibili all’“etica” del settore, sempre che si possa ancora pronunciare questa parola senza essere tacciati di ingenuità. Inizia oggi un percorso che si dipanerà nel tempo su queste pagine e che vedrà protagoniste proprio le case editrici del territorio attraverso le loro migliori pubblicazioni.

Partiamo con Vydia editore, sede a Montecassiano, un’esperienza ancora breve eppure significativa nell’ambito della poesia e della narrativa. Oltre a annoverare nel suo catalogo nomi come Massimo Sannelli e Rachel Blau DuPlessis, ha pubblicato nel 2012 per la collana Licenze “Appunti dal parco” di Francesca Matteoni, una delle voci più interessanti del panorama contemporaneo, già autrice di raccolte come “Artico” e “Tam Lin e altre poesie”, senza contare sillogi e interventi apparsi su riviste specializzate e lit-blog.  Il nucleo poetico centrale degli Appunti è racchiuso in una serie di brevi prose che ne mantengono gli echi ritmici, il passo musicale, le figure; e d’altronde i versi, anche dove il metro ha il respiro regolare dell’endecasillabo e la scrittura appare più sorvegliata (penso a “Brockwell Park”), restituiscono sempre la libertà di un’andatura, la felicità di un incedere. E il luogo è il parco, dove la natura – carnale, gotica, inconfondibilmente inglese – riemerge dalla metropoli come un’urgenza. Questo spazio sacrale e fiabesco diventa per Matteoni l’illustrazione vivente di un’architettura interiore, il punto di equilibrio di grandi oscillazioni, la partenza e il ritorno, l’amore e il distacco, la nascita e la morte. È un’esperienza panica, in cui l’aria è resina, il vento è sciroppo che si può inghiottire (l’aria addensata era ferma sulle mani. / Potevo inghiottirla come sciroppo / d’acero, resina di spaccature, da “Bosco sommerso”); gli alberi come cordigliere invisibili sorreggono i corpi e questi a loro volta ne diventano l’ossatura (è l’albero che mi sta dentro curvato ad occidente; le ultime luci come torce – io sono l’osso verticale del suo sangue, da “Betulla”). E ovviamente ci sono gli animali: presenze “altre”, sfuggenti eppure pervasive. Per calarmi in questi e in altri temi che mi sono parsi fondamentali negli Appunti ho fatto una chiacchierata a distanza proprio con Francesca Matteoni, che tuttora vive e lavora a Londra. Insieme abbiamo continuato  l’esplorazione del parco.

Emerge in questo libro un elogio della solitudine come spazio di crescita e di creatività: esistono le cose tutt’attorno / fatti più trasparenti le vediamo – / mentendo la propria solitudine / si riconosce meglio dove amare, solo per citare qualche verso…                    In inglese esistono due parole per definire la solitudine – solitude, che ha un’accezione positiva e indica una scelta di vivere un momento della propria esistenza con se stessi, e loneliness, che invece indica la sofferenza del sentirsi soli. Penso che nel libro ci sia un dialogo fra tutte e due, che poi è anche ciò che più ho sperimentato sia abitando per lunghi periodi all’estero, che caratterialmente: il bisogno di socialità e di condivisione deriva proprio da consapevolezze e sogni maturate in solitudine. Poi occorre ritagliarsi spazi solitari e parlare più chiaro con la propria immaginazione: senza di lei non si va da nessuna parte, tutto quello che amiamo, lo amiamo soprattutto grazie allo slancio immaginativo che ci avvicina alle cose, ci fa sentire altro, ci fa pensare a come potrebbe essere “questo” se fosse in un altro modo. 

Trovo affascinanti i molti intertesti: da Alice Oswald a Selma Lagerlöf , da Antoine de Saint-Exupéry a James Matthew Barrie, passando per Carroll, il dialogo con i tuoi autori è costante, alluso o esplicitato che sia, e in un modo o nell’altro ha sempre molto a che fare con la natura e con l’infanzia. Che legame avverti tra queste due dimensioni?          Il fatto che ne facciamo parte – della natura e dell’infanzia – e ce le portiamo dentro. Ci si dimentica un po’ troppo spesso che l’umano è solo una variante della natura e l’infanzia non qualcosa di trascorso, lontano, obsoleto – ma solo uno dei nomi del tempo. Se parlo a me stessa non sono poi diversa da quando avevo cinque anni – la bambina e la donna sono entrambe lì; se abito una casa, abiterò tutte le sue stanze, sarò contenta di avere un tetto sicuro, così come un pavimento. Tra gli autori che citi, è esemplare in questo senso la Lagerlöf, che ha scritto un libro dove la natura scandinava si fonde all’occhio di un bambino che vola con le anatre ed è per di più delle misure di un folletto (“Il viaggio meraviglioso di Nils Holgersson”, N.d.r.). Quel libro è un continuo esercizio a vedere le cose dalla prospettiva dei piccoli, perché in fondo “grandi” non lo siamo davvero mai. 

Torno sull’idea di una biblioteca personale, di uno spazio fisico e interiore per i libri che sentiamo “nostri”. Ho trovato splendida la prosa di “Legno”, con questo sguardo finale, quasi caleidoscopico, che getti sulla libreria dell’usato: improvvisamente gli scaffali sono foreste, le pagine diventano (o in effetti ridiventano) foglie, le copertine sembrano “cortecce esplose”. Soprattutto le note, le chiose, i segni e l’usura dei lettori precedenti danno senso al tempo e al passato come cerchi nei tronchi. Mi viene da pensare che per te ha ancora molto valore la dimensione concreta e cartacea del libro, come oggetto poetico e luogo insostituibile di esperienza: è così?
Mi piacciono i boschi perché sono familiari e imprevedibili. E mi piacciono gli oggetti con una storia. Le vecchie librerie, confuse e colorate, ma anche le botteghe di rigattiere, gli antiquari, i negozi dell’usato, le soffitte. La loro magia che mi fa dire che c’era qualcuno prima di me, qualcuno di cui vedo le tracce, ma non più il sembiante… e il cerchio solitario si riapre e si ricomincia a immaginare. 

Tra gli animali che si affacciano nei parchi che percorri e nelle pagine di questo libro, la volpe è quello più carico di un potenziale magico, evocativo. Non a caso sembra congiungere, in un ricordo diverso eppure comune, le tue due case, quella londinese di adozione e la Pistoia delle origini…                                                                              Perché la volpe è bella. Lo posso dire? è un animale vicino all’uomo, è la “ladra di polli”; è anche uno degli animali su cui l’uomo usa dire cose insensate, prendendo per vere le favole di Esopo o Fedro, in cui gli animali sono antropomorfizzati, quindi snaturati, per uno scopo morale. Degli animali non sappiamo nulla. Della loro indipendenza che dovremmo ricordarci di rispettare per un senso profondo di uguaglianza. Non mi fa impazzire certa retorica animalista, per cui gli animali sono tutti “buoni”, e sono considerati alla stregua di fratelli minori da difendere dalla crudeltà umana. Non sono buoni, non sono cattivi. Sono loro stessi. Ci sfuggono come alla fine ci sfugge sempre il senso ultimo dell’altro, del nostro “prossimo”, per usare un esempio cristiano. La fratellanza, che è il più alto dei valori, segue l’uguaglianza e questa è una sorta di riconoscimento tramite la resa: non sono né più né meno di te, come te cerco di conoscere i limiti dello spazio che temporaneamente abito. 

Questa risposta mi riporta a uno dei temi per me più interessanti, la presenza e il senso degli animali negli Appunti. Devo ammettere che si tratta dello snodo che mi ha svelato l’intero libro e me l’ha fatto amare molto al di là di un primo e più superficiale apprezzamento tecnico ed estetico. Si può certamente godere della grazia e del realismo penetrante di certi sguardi sulla natura – penso a “Scoiattoli” o a “L’airone cinerino” – ma Matteoni va ben oltre il mero lirismo ed evita ogni compiacimento descrittivo. C’è di più: gli animali, e soprattutto gli animali selvatici “meravigliosamente indifferenti”, inafferrabili agli occhi e alle mani, inintellegibili perfino, appaiono consustanziali all’umano e al contempo incarnano tutto ciò che non siamo. Mi sembrano avvicinabili per intensità soltanto al pensiero, e al linguaggio: è la parola che genera l’idea che a sua volta si rigenera in parola, in scrittura, in una rincorsa senza fine, come una caccia provvisoria che riesce per qualche istante – nell’attimo della creazione –, per poi non appartenerci più e poter ricominciare. Scrive Matteoni in “Animali magici”: la volpe e l’idea della volpe entrambe salve all’interno della poesia. L’animale è la poesia […]. L’apparizione dei versi sulla pagina diventa il modo per rappacificarsi con l’animale, con un senso di stupore e precarietà trasformato in intuizione, nello scarto temporale in cui le cose del mondo si fanno linguaggio. Questo nesso che è tra i più impressionanti del libro mi spiega molto della strana euforia, del turbamento che anche io provo quando in campagna incontro (e capita molto spesso) volpi, scoiattoli, cinghiali, caprioli e altri animali ormai usuali, ma pur sempre sconosciuti. Non è paura e neppure semplice fascinazione: è ogni volta una piccola rivelazione, un’epifania, è il desiderio di fermare ciò che non mi appartiene, per un istante almeno. È l’intuizione, ora consapevole, di essere di fronte a una metafora perfetta della scrittura, della poesia.

(la foto è “After the tree” di Cristina Babino, che ha impreziosito il libro con questo e altri scatti in continuo dialogo con i testi)

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