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Ahi_serva_Italia_____by_melk783

di Alessandro Seri

Inginocchiandomi a terra e immergendo la faccia in una pozza di fango mi risollevo con una maschera sporca adatta proprio al teatrino maleodorante e strabico del carnevale e della politica che caratterizzerà l’entrante insolito febbraio pur sempre irriverente. Questa mia ritualità sarà utile per affondare bene i piedi nella modestia necessaria affinché nessuno possa accostare quanto leggerà appena dopo a ben più alti e passati scritti. Ho bisogno di nascondermi dietro qualcosa che sia riparo immaginato, qualcosa che mi consenta la piena libertà delle opinioni e del racconto perché se ancora qualcuno non l’avesse compreso, nel corso dei miei quasi quarantadue anni, ho accumulato l’esperienza tale a farmi, sfoggiando calma e un mezzo sorriso, dire: Io so.

Io so di quelle stanze dove la generazione del ’68 e quella del ’77 si preparava alla spartizione di un potere atteso sin dalla loro nascita e giunto sull’onda spiccia di tangentopoli, io so del salotto borghese che spinse il primo cattocomunista a governare la mia città dopo cinquant’anni di Democrazia Cristiana senza far bene e senza fare male, io so di quelli che saltavano da un partito all’altro anche in ambienti stretti e paludati come il perimetro d’una provincia stanca, che senza vergogna alcuna erano candidati solo per assecondare l’ego e nonostante tutto perdevano e perdevano eppure sempre c’erano e restavano. Io so di quelli dal ventre molle che in una sottotraccia da sinistra finta montavano sui carri della cultura e per restarci facevano tabula rasa intorno perché in un deserto di debiti e poltrone si resta sempre i primi della classe. Io so dell’indifferenza che circolava e ancora circola dentro le mura dei partiti quando fuori dagli apparati si scelgono vie diverse e più teneramente umane e so di quando i consiglieri regionali in divenire regalano “l’arte di ottenere ragione” a sfregio di se stessi ma poi, in un futuro amaro, ma non per loro stessi, perdono persino la dignità della loro stirpe. Io lo conosco l’odore della muffa che ricopriva alcune bandiere rosse sottomesse al volere di qualche potere occulto e trasversale.

Lo so perché conosco i nomi ed i cognomi di quelli che hanno abdicato ai loro sogni a zampa di elefante pur di sentirsi per un giorno statisti o cancellieri. Ma so anche di quelli a destra che a loro spiacevole e insaputa sorte mi ritrovarono invitato al capodanno del duemila nella loro villa di campagna ed io li guardavo evanescente mentre cantavano ancora faccetta nera brindando in tre con le mugliere attorno, vestite di lunghi neri e giarrettiere rosse, che ubriache scendevano inopportune, come il sottoscritto, dalle cosce. Conosco i lineamenti delle loro facce, gli uffici dove ancora siedono, le loro tante presidenze avute in cambio di qualche passo avanti spinti da stelle e cerchiati dai compassi; conosco i paeselli che hanno amministrato indossando il fez, ed anche i nomi delle loro aziende sempre pronte a costruire ancora un altro lotto. Per sdegno e per disgusto quella notte mi voltai verso la finestra che dava a valle a rimirare il buio illuminato dai fuochi d’artificio e ripensavo all’anno prima quando sbattevo la testa ancora sull’idea che forse l’amore non esiste.

Io so come a tavolino decidono sopra la testa della gente ignara che sbraita a vuoto e che per questo fa il loro gioco sputando senza costrutto su fiancheggiatori inutili, sbagliando di bersaglio, finendo per colpire sempre nelle periferie, lasciando il centro intonso. Io le conosco le porte dove di sera molti si riuniscono e pure mi è dato sapere in quale modo ansioso la spartizione agisce millimetrica e costante in modo tale che sempre governa una reazione eterna e moderata. A volte mi chiedo quale sia il motivo di tanto immobilismo e mi rispondo che sta nella supponenza dei mediocri che devono, per forza e mai per merito, rispondere dei tanti favori elettorali. Io so come funzionano gli accordi che fanno contenti tutti meno la gente che lavora, lo so, ci ho respirato dentro ed i malfatti capi li conosco in ogni debolezza, da quando vanno e tornano perché indesiderati, da quando simularono una fattezza colta senza capire il senso di Portella della ginestra.

Ho attraversato gli anni girando su una barchetta zoppa in questo lago morto che oggi mi appare l’idea di rappresentanza, così alla viglia del carnevale dei manifesti elettorali già mi rassegno alla fatica, immensa più che mai, per una scelta. E questa è la disdetta più ingombrante in questi giorni freddi, aver vissuto dal di dentro gli anni novanta ed il duemila, essermi reso conto ora che tutto sempre cambia per non cambiar mai nulla e non l’ho detto io ma i gattopardi. E se si fa attenzione, quanti ne vedi di gattopardi ancora desti, prolissi e mai, purtroppo, sazi. Io so come dicevo, perché di questi venti e passa anni sono colui che ha perso, il primo nato tra quelli del novecento a vivere un senso di regressione. Avere elaborato con gli anni una corazza, un modo per restar fedele ma poi conoscere, sapere solo è servito per ritrovarmi senza più bandiera, senza nemmeno una lucetta che sembri faro. E poco prima che scoppi la baraonda di promesse da marinaio sono costretto più che mai a citare il poeta come a descrivere me stesso e forse una nazione intera: – Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello – (foto di melk783 on deviantArt)

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