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di Manuel Caprari

Nelle ultime due settimane nella provincia di Macerata si sono susseguite svariate iniziative legate alla Giornata della Memoria. Ieri Eleonora Tamburrini ha scritto una bellissima riflessione su come raccontare il Male. La questione è sempre quella: come raccontare? Come raccontare anche, ad esempio, la lotta per la rivendicazione della democrazia? E le storie di quelli che hanno pagato con la vita? E di quelli che hanno vissuto la Liberazione ma oggi, per motivi anagrafici, non sono più tra noi, e tra qualche anno non ci saranno più testimoni diretti?
L’ultima lettera di un condannato è un messaggio destinato alle persone più care, parenti, mogli, mariti, figli, genitori; affidato a mezzi di fortuna, e chi lo scrive non saprà mai se sarà giunto a destinazione. Ma è anche un messaggio che diventa universale, nel rivendicare la scelta fatta affinché tutti possano vivere liberi.
Tutti noi siamo figli di quel sacrificio.
Rosetta Martellini è l’autrice e l’interprete del monologo “W l’Italia libera”, presentato venerdi 25 gennaio in anteprima nazionale al Teatro Lauro Rossi. Realizzato in collaborazione con l’Anpi di Macerata, con la regia di Luigi Moretti e le musiche di Andrea Mei, presente in scena a fianco dell’attrice a suonare alla fisarmonica le canzoni partigiane. La scenografia è fatta di tavoli, sedie, qualche mobile, tutti rigorosamente di legno e di fattura dozzinale a rendere un’atmosfera di spartana povertà quotidiana e di accoglienza popolare; sulla sinistra una radio d’epoca, alla destra una lavagna; dalla prima giungono i messaggi di Radio Londra (“la zia è malata e sta per morire” annuncia in codice lo sbarco ad Anzio), sulla seconda Rosetta riporta date ed eventi essenziali, a scandire il racconto con le tappe fondamentali della lotta di Liberazione. Ma il corpo del testo sono proprio le parole tratte dalle lettere dei condannati a morte, e i racconti che intorno a esse ruotano. Racconti minimali, di vita quotidiana, perché, come si dice in un passaggio del monologo, poteva anche capitarti di entrare nella Resistenza, ti chiedevano di portare un pacco a qualcuno, di non dire niente se qualcuno ti chiedeva spiegazioni e da lì a entrare a far parte di un gruppo di partigiani il passo era breve. O come le donne che facevano la staffetta, su e giù in bicicletta, in continuazione, chilometri e chilometri. Una fitta rete di piccoli gesti, una fitta rete di racconti e voci che acquistano la loro forza se messe insieme e intrecciate tra loro.
Tra le tante storie che s’intersecano in questo monologo c’è anche quella dell’attrice teatrale e partigiana Lucia Sarzi, che inseriva negli spettacoli allusioni alla dittatura e alla rivolta, e raccoglieva dal pubblico offerte con le quali sosteneva la lotta partigiana; il figlio di Lucia Sarzi era presente in sala, e, chiamato dagli organizzatori a intervenire, lui ha sottolineato l’importanza non solo di portare avanti la memoria di quei fatti, ma anche di raccontarla senza annacquarne i contenuti in parole neutre adatte a tutte le stagioni: i partigiani erano partigiani, non generici “combattenti”. In Italia c’era una dittatura fascista, alleata con i nazisti. E c’erano oppositori al regime che, dopo anni e anni di resistenza clandestina, hanno dato vita alla lotta partigiana. Uomini, donne, ragazzi. Azionisti, socialisti, comunisti, cattolici. Antifascisti
(nella foto W L’Italia Libera).