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di Eleonora Tamburrini

Si celebra oggi, 27 gennaio, la Giornata della Memoria: sessantotto anni fa venivano aperti dalle truppe sovietiche i cancelli di Auschwitz e si svelavano agli occhi del mondo le dimensioni incredibili dei campi di concentramento, gli esiti delle leggi razziali, gli orrori compiuti dal regime nazista e dai suoi collaboratori, tra cui l’Italia del fascismo; si ricordano le vittime della Shoah, l’eccidio del popolo ebraico, e si rende onore a coloro che si opposero al totalitarismo anche a costo della vita. 
Tra Macerata e Provincia non sono mancate in questi giorni occasioni di celebrazione, molte a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea “Mario Morbiducci”: tra gli eventi, la mostra di Cingoli sui campi di internamento già raccontata su queste pagine da Manuel Caprari, utile per conoscere e ricordare la dimensione locale di eventi drammatici che spesso tendiamo a immaginare lontani ed estranei. Mercoledì scorso si è tenuta invece alla Biblioteca Mozzi Borgetti la conferenza dal titolo “Il percorso della memoria dalle Marche ad Auschwitz. Per una didattica della Shoah”: è stata un’occasione di approfondimento per chi come me si sta formando e lavora nel mondo della scuola e non solo, visto che l’educazione dei giovani dovrebbe riguardare e coinvolgere l’intera comunità. Di fronte a un fitto pubblico di insegnanti, si sono susseguiti vari interventi che pur partendo dal territorio hanno sviluppato discussioni di carattere generale su quella si potrebbe definire la “didattica dell’indicibile”. Antonella Tiburzi, storica dell’ANED, ha approfondito alcuni snodi chiave del racconto della Shoah, gli errori da evitare e i personaggi da approfondire; Donatella Giulietti, Responsabile didattica e formazione dell’Iscop di Pesaro ha presentato il libro “Narrare l’assurdo. È possibile parlare della Shoah ai bambini?”, e ha illustrato strumenti e metodi di trattazione del tema sin dalla scuola elementare; Maila Pentucci, Responsabile didattica e formazione dell’Isrec di Macerata è ritornata a parlare di luoghi e testimonianze del nostro territorio, archivi fondamentali per l’avvio di qualsiasi percorso di studio; Costantino Di Sante, storico, ha infine ripercorso le trame del sistema concentrazionario nazista in Italia. Incontri come questo sono preziosi non solo come forma di commemorazione, ma soprattutto come spazi di progettazione per il consolidamento di una coscienza storica più attiva e consapevole. Tutti i relatori hanno insistito sul ruolo fondamentale degli insegnanti: non solo trasmettere, ma rigenerare negli studenti una consapevolezza uguale e diversa dalla propria, insomma un pensiero critico autonomo in grado di guidarli all’interno di questioni complesse e perturbanti come la Shoah.
Uscendo porto con me nuovi spunti e riflessioni per quello che potrebbe essere il racconto dell’Olocausto attraverso le mie materie, quelle letterarie nelle scuole secondarie. È necessario, si diceva in conferenza, unire ai contenuti storici l’attenzione per le parole: e se raccontare il male assoluto esige la ricerca di un linguaggio, penso che si debba passare attraverso la sua forma più alta e intensificata, la letteratura. Ci si può chiedere, ad esempio, come reagiscono gli scrittori di fronte a ciò che appare umanamente incomprensibile. George Steiner individua nel Novecento sconvolto dai totalitarismi una tendenza alla messa in discussione della parola stessa, spinta fino al ciglio dell’abisso, il silenzio. Penso all’inquietante premonizione kafkiana del termine Ungeziefer (i parassiti de “La Metamorfosi”, la definizione per milioni di vittime di lì a qualche anno); o alla rimozione costante dell’orrore nella Germania post nazista raccontata da Böll in “Opinioni di un clown”; penso all’assioma di Adorno, “Nessuna poesia dopo Auschwitz” e alle reazioni in questa direzione di Sylvia Plath;  o ancora penso a quanto il senso si annidi sempre più nel “non detto” nella scrittura di Beckett, o di Georges Perec, ebreo scampato ai rastrellamenti, che addirittura crea un lipogramma di trecento pagine, “La disparition”, in cui fisicamente scompare la lettera “e”, metafora sistematica di una ben più agghiacciante eliminazione totale.
Gli intellettuali appaiono insomma tentati dalla resa all’indicibilità, anche a causa dell’apparente impotenza delle lettere negli anni dell’orrore nazista. Provocatoriamente Steiner annota: “Adesso sappiamo che un uomo può leggere Goethe o Rilke la sera, può suonare Bach e Schubert, e quindi, il mattino dopo, recarsi al proprio lavoro ad Auschwitz. Dire che egli ha letto questi autori  senza comprenderli, o che il suo orecchio è rozzo, è un discorso banale e ipocrita. In che modo questa conoscenza pesa sulla letteratura e la società, sulla speranza […] che la cultura sia una forza umanizzatrice, che le energie dello spirito siano trasferibili a quelle del comportamento?”. Una domanda che inchioda tutti quelli che attraverso l’arte tentano di formare le nuove generazioni. Una possibile risposta sta nel fatto che la letteratura non si è mai inaridita, e anche quando ha scelto di non dire, non ha mai taciuto; anzi, certi silenzi hanno raddoppiato il ricordo della parola offesa e mancante. Sono d’accordo con Steiner quando afferma che le materie umanistiche richiedono uno studio e un insegnamento mai neutrali, perché “un umanesimo neutrale o è un pedantesco artificio o un prologo al disumano”; non basta assimilare e trasmettere, occorre fare in modo che certi propositi impellenti dell’arte operino su di noi e sui nostri studenti, per cambiarci.
Tornando ai problemi insiti nel racconto della Shoah emersi anche nel corso della conferenza, appare chiaro che il confine tra umano e disumano, come quello tra parola e silenzio, è quanto mai labile. È stato sottolineato da più voci nel corso dell’incontro come una narrazione unicamente emozionale dell’Olocausto rischi di trasformarsi per gli studenti (e per chiunque si avvicini alla storia) in una percezione distorta: essa spinge infatti a relegare l’orrore in un tempo passato, in una dimensione di disumanità che in quanto tale non ci appartiene. Aggiungerei che altrettanto pericolose mi sembrano certe definizioni dei totalitarismi come parentesi sciagurate della modernità, perché anche in questo caso ci si pone in un orizzonte di superamento e irripetibilità quanto mai ingannevole. L’odio razziale, il “diverso” assunto a capro espiatorio di ogni paura, sono tentazioni che attraversano tutta la storia e dunque appartengono all’umano; d’altronde, le modalità con cui il Nazifascismo realizza la “soluzione finale” con un’efficienza senza pari fino a quel momento, sono espressione della modernità che tutt’ora ci caratterizza: quella della burocratizzazione, della produttività forsennata e competitiva, della subordinazione del pensiero alla pragmatica economica, della razionalizzazione organizzata, del contenimento e dell’ingegneria sociale. Se questi elementi non fossero stati parte di un’epoca sarebbero stati impensabili la costruzione di una macchina così imponente e il coinvolgimento di tante persone nel suo funzionamento; il male è così radicato nell’ordinario, nel “banale”, per citare la celebre definizione di Hannah Arendt, perché il campo di concentramento non rappresenta un fallimento, ma una scaturigine di quel tempo, del nostro tempo: estrema, devastante, eppure possibile e come tale ripetibile. Scrive Bauman: “Proponiamo di trattare l’Olocausto come un raro, e tuttavia significativo ed affidabile, test delle possibilità occulte insite nella società moderna”. E credo sia questo il modo più lucido di raccontarlo anche nelle scuole.
Un altro argomento mai abbastanza ricordato che mi sento di proporre a testimonianza della consequenzialità esistente tra il nazionalismo efficientistico e l’omicidio di massa, è che lo sterminio non riguarda solo gli ebrei, ma tutte quelle componenti sociali considerate pericolose per la purezza della razza e colpevoli di rallentarne l’ascesa e il progresso economico: dagli oppositori politici ai disabili, dagli omosessuali ai malati. Sarà bene raccontare agli studenti che tutto ha inizio proprio con le soppressioni sistematiche dei pazienti di ospedali e manicomi; che l’eliminazione dei più deboli, Ausmerzen, come la chiama Paolini, viene presentata come un “necessario taglio delle spese”; e che proprio nelle scuole in quei primi anni del regime si insegna a calcolare quanti chili di pane fa risparmiare alla Germania ariana la “disinfettazione” di un disabile o di un malato mentale. Tutto si costruisce, anche nel male, a partire dalle nuove generazioni.
Per questo, in tempi di crisi economica (come crisi era quella degli anni dell’ascesa nazista) credo sia necessaria la costruzione tra gli studenti di un giudizio critico capace di riconoscere e disinnescare certi messaggi pericolosi tutt’ora diffusi (penso ad esempio all’insofferenza per i “costi dell’immigrazione”). Tra trasformazioni concitate e tensioni etniche, fino a orrori che continuano a perpetrarsi nei decenni avallati da giganteschi interessi economici (penso a quell’universo concentrazionario dei nostri giorni che è Gaza), le nuove generazioni presenti e future dovranno mantenersi vigili, coscienti che non può essere evaso il confronto con un passato tanto attuale. Per questo sono così importanti incontri come quello di mercoledì, perché la scuola deve continuamente aggiornarsi e riflettere su questa che è una delle sue molte sfide: parlare della storia – e del male – senza infingimenti, spiegarla per renderla pensabile, perché la memoria non sia solo un tempio dove recarsi in giornate come questa, ma un’urgenza quotidiana (nella foto: “Foglie morte” di Menashe Kadishman, Museo Ebraico di Berlino).