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di Manuel Caprari

A volte capitano curiose coincidenze: l’anno scorso sono stato invitato, il 25 aprile, a Cingoli, per leggere in pubblico alcune lettere tratte da “Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana” della Einaudi. Qualche giorno prima prendo il libro per scegliere quali leggere, lo apro a caso e m’imbatto, subito, neanche a farlo apposta, nella lettera di Mario Batà, organizzatore delle prime formazioni partigiane proprio nel comune di Cingoli, catturato a Macerata nel novembre del ’43 e fucilato, un mese dopo, a Sforzacosta.

Coincidenza a parte, cose come queste ti ricordano di quanto la Storia non sia quella cosa fredda e lontana che pare avvenuta in una dimensione parallela che studi sui libri di testo a scuola, ma è qualcosa che è accaduta, accade e accadrà qui e ora, intorno a noi, e in una certa misura anche dentro di noi, cambiandoci le prospettive, mostrandoci la realtà nella sua complessità e nella sua infinita rete di correlazioni.
A Sforzacosta c’era un campo d’internamento fascista. Non l’unico della regione, tutt’altro. Ma uno di quelli da cui, dal febbraio del ‘44, vengono raggruppati i prigionieri destinati a Fossoli, e poi da Fossoli in Germania, e in molti casi la destinazione finale era Auschwitz. Ecco, raccontata così la Storia fa tutto un altro effetto.
Sui campi d’internamento della provincia di Macerata, in occasione della Giornata della Memoria, l’Istituto Storico della Resistenza e dell’età contemporanea “Mario Morbiducci” di Macerata ha allestito una mostra, a Cingoli, con la collaborazione dell’Anpi locale, all’interno del Palazzo Comunale, che si può visitare dal 19 al 27 gennaio.
Ho visitato la mostra, e parlato con la direttrice scientifica dell’Istituto Annalisa Cegna, che me ne ha raccontato la genesi, mi ha parlato della relativa difficoltà di reperire informazioni e dell’importanza di portare a conoscenza fatti di cui fino a poco tempo fa si sapeva davvero poco.
I campi nascono per controllare e sorvegliare gli oppositori politici al regime; il centro Italia viene scelto come luogo di maggiore concentrazione nazionale dei campi stessi, in quanto zona poco abitata e quindi relativamente isolata. Chissà per quale motivo, poi, la nostra regione fu designata per ospitare in particolare campi d’internamento femminili; e sulla questione del perché le donne venivano internate, sempre Annalisa Cegna ha scritto un interessante articolo intitolato< “Di dubbia condotta morale e politica”. L’internamento femminile in Italia durante la seconda guerra mondiale, pubblicato sulla rivista online dell’Università Ca’ Foscari “D.E.P. -Deportate, Esuli, Profughe” dedicata agli studi sulla memoria femminile. Come si capisce benissimo dal titolo dell’articolo, le donne venivano internate non solo per motivi strettamente politici, ma anche a scopi “rieducativi” nel caso di condotte personali troppo emancipate e incompatibili con l’idea femminile imposta dal regime.
Questi campi, va detto, non erano campi di concentramento, e dovevano, almeno teoricamente, sottostare alle regole della convenzione di Ginevra, anche se non sempre le condizioni igienico-sanitarie e il relativo grado di libertà di movimento veniva garantito. Ciò non toglie che, dal 30 novembre 1943 in poi, sono stati adibiti alla prigionia di tutti gli ebrei (cioè senza più il bisogno di essere accusati di essere oppositori del regime, ma solo in quanto ebrei) e che in particolare i campi di Sforzacosta e di Pollenza, dal febbraio del 1944 vengono designati a punti di raccolta e trasferimento per prigionieri destinati dalle SS ad Auschwitz; diventando crocevia di una delle pagine più drammatiche della storia mondiale.
La mostra ha un taglio didattico-divulgativo, con una serie di pannelli di testo che ricostruiscono la storia dei campi d’internamento; ci sono poi foto, sia dei prigionieri che dei sorveglianti, cartoline e lettere spedite dagli internati con i visti di censura del regime, ci sono le riproduzioni di alcuni documenti ufficiali e soprattutto di lettere indirizzate dalla prefettura al Ministero dell’Interno o viceversa. Sono soprattutto queste ultime che ci fanno entrare nell’atmosfera e nelle vicissitudini dei campi: da una di queste lettere veniamo a conoscenza, ad esempio, del fatto che il direttore del campo di Treia fu accusato di “eccessiva dimestichezza” con le prigioniere, e che alcune di queste, neanche a dirlo “più scaltre e di dubbia moralità” ne approfittavano per “circuirlo con moine e allettamenti, allo scopo di ottenere preferenze e favori”.
In una lettera datata 18 settembre 1943, indirizzata dalla prefettura di Macerata al Ministero dell’Interno, si riferisce come due giorni prima gli ebrei apolidi “rimasti internati nel campo di concentramento di Urbisaglia” evadono scavalcando il muro di cinta “avendo notato il passaggio di truppe tedesche”. Il prefetto informa di come la “psicosi del terrore di capitare nelle mani dei tedeschi” è tale che “riesce ben difficile calmarla, e ha invaso anche il personale di servizio”.
Queste lettere, che hanno il solo scopo di tenere informato il Ministero di ciò che avviene nei campi, ha l’involontario, e per certi versi paradossale, potere di trascinarci dentro i fatti, permettendoci di immaginare il clima psicologico che si respirava nei campi.
A proposito di paradossi: durante la nostra conversazione sull’argomento Annalisa Cegna mi segnala tra le altre cose la presenza nei campi di prigionieri slavi, che, avendo fatto la resistenza in Jugoslavia, mettono a servizio degli altri prigionieri la loro esperienza di combattenti. Dopo l’8 settembre, molti dei prigionieri fuggiti dai campi si uniranno alle bande partigiane (foto di Luca Privitera tratta da http://www.lucaprivitera.it).