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di Arianna Guzzini

Lo scorso 11 gennaio al teatro Don Bosco di Tolentino, in occasione del 200° anniversario della nascita del genio di Giuseppe Verdi, è stato portato in scena lo spettacolo Viva Verdi, prodotto da Musicalbox srl in associazione con Paolo Notari e Massimo Zenobi. È stato un tentativo di avvicinare e muovere l’ interesse del grande pubblico verso l’opera lirica, per mezzo di un’operazione divulgativa di semplificazione delle opere Il Rigoletto, Il Trovatore e La Traviata. Sul palcoscenico Cesare Bocci, che ha qui esordito come regista, ha narrato le trame della trilogia del genio di Busseto, accompagnato dal pianoforte di Giuditta Orienti ed inframezzato dal duo lirico Operapop insieme al baritono Andrea Pistolesi.                                
Un fluido alternarsi di narrazione e canto, intensificato dalla costante e piacevole presenza del pianoforte e da una scenografia originale decisamente pop. Le premesse per tentare un maggiore avvicinamento del pubblico verso l’opera lirica c’erano, ma potevano essere maggiormente sfruttate. Il problema principale di chi non è avvezzo a questo tipo di spettacolo è solitamente il linguaggio difficoltoso dell’opera, il quale spesso non rende agevole la comprensione immediata della storia. Da questo punto di vista Viva Verdi è riuscito nell’intento di rendere più chiare le trame verdiane al grande pubblico, ma credo che ciò non sia sufficiente a mobilitare un reale interesse nei confronti dell’opera. Se non si è più abituati al raffronto con un certo tipo di linguaggio lirico e tanto meno con un certo tipo di musica, bisognerebbe cercare di fornire al pubblico i mezzi necessari per attuare un vero e proprio confronto di tipo critico con il pensiero di questo grande genio. Il suo in fondo è stato uno sguardo sempre aperto alle problematiche politiche italiane, polemico e rivoluzionario nei riguardi della morale della classe borghese privilegiata. Verdi non ha mai avuto il timore di confrontarsi con il luogo comune e di vivisezionarlo fino a sfatarlo proprio di fronte a quella società che di quei preconcetti si faceva portavoce. Il suo pensiero, la sua visione dello spaccato italiano, non è riducibile ad una semplice analisi storica pietrificata nel tempo risorgimentale, ma ha in sé tematiche che tutt’ora dialogano in maniera diretta con la nostra contemporaneità, con le quali è possibile un confronto diretto, stimolante e fruttuoso. Basti pensare al tema della donna oggetto (soltanto lievemente accennato in Viva Verdi), che ritroviamo sia ne Il Rigoletto che ne La Traviata. Questa è una questione morale che nel nostro paese ha raggiunto l’apoteosi durante la recente era berlusconiana, proprio perché fruita dalla classe politica. Allora diviene chiaro il messaggio di Violetta, eroina tragica che non trae la sua eccezionalità dai suoi natali, ma dalla sua condizione di cortigiana (escort, per dirla in termini moderni), dalla sua irriverente volontà di ribellarsi ad una mentalità errata che la vuole solo oggetto di piacere.                                                                 Forse il teatro non ha quella supposta funzione catartica di cui tanto si fa vanto? Perché allora rinunciare a sfruttarla? Perché togliere al pubblico la possibilità e la soddisfazione di attuare il suo pensiero critico? Se il grande pubblico considera l’opera lirica come una forma d’arte d’elite, riservata a pochi, probabilmente non è per il fatto che ci troviamo dinanzi una massa ignorante, ma perché non si è reperito un metodo di mediazione adatto ad esso, che sappia rendere nuovamente l’opera contemporanea. Non è sufficiente il semplice raccontino abbellito dal canto e dalla scenografia, ma è sempre più impellente la necessità di dare atto ad una maggiore riflessione e coscienza. Questo dovrebbe essere il compito primario di chi si vuol porre come mediatore fra un autore ed un certo tipo di pubblico. Può magari servire una semplificazione del linguaggio, ma mai un appianamento dei concetti o la loro completa eliminazione. Una reale stimolazione è possibile non sottovalutando colui a cui ci si rivolge, ma rapportandosi con esso in una situazione di pari dignità, dove chi vuole far fruire un’idea sappia interpretare anche il suo ascoltatore, trovare elementi di comunicazione comuni, confrontarsi con i suoi pregiudizi, utilizzarli se necessario, ma senza mai scendere a compromessi per ciò che riguarda i contenuti.