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scipione

di Eleonora Tamburrini

Quando una settimana fa passeggiando per Macerata mi sono diretta verso Palazzo Ricci con la certezza che l’avrei trovato aperto in occasione delle feste, un insolito, eppure nitidissimo sollievo mi ha pervaso. Sapere che tanta bellezza era lì, schiusa e a disposizione di tutti, restituiva immediatamente un senso alla strada, accendeva la città.
C’è sempre una sottile meraviglia – o forse è l’understatement che da maceratesi ci appartiene – nello scoprire e riscoprire ogni volta questo incontro perfetto tra un palazzo nobiliare del ‘700, di origini cinquecentesche, e una collezione di arte italiana del ‘900 che qui ha trovato una collocazione di grande impatto e originalità. Il merito va attribuito alla Fondazione Cassa di Risparmio della Provincia di Macerata che dagli anni ’70 ha acquisito e riportato allo splendore l’edificio, e contestualmente ha iniziato una sapiente politica di acquisto di opere d’arte, con una prevalenza della pittura sulla scultura e un criterio, indagare l’arte italiana del XX secolo a partire dai grandi del nostro territorio.
È difficile orientarsi in una collezione che ha ormai superato le trecento opere ed è in continuo ampliamento; d’altronde il percorso che si snoda per tre piani del palazzo rende bene la complessità di un secolo che in Italia ha visto emergere tanto il pragmatismo delle correnti che l’irripetibilità di personalità eccentriche, l’irruenza rivoluzionaria delle Avanguardie al fianco di continui “ritorni all’ordine” in un perenne dialogo con la tradizione.
Aggirandosi nella prima parte del museo viene davvero da pensare che se il XXesimo è stato, per dirla con Hobsbawn, “il secolo breve” chiuso dal crollo del muro di Berlino, per l’arte non si può accettare il 1914 come inizio, perché la fine dell’‘800 e i primi anni del ‘900 appaiono a dir poco forsennati in termini di innovazione e superamento dei limiti: la vasta sezione del museo dedicata al Futurismo lo dimostra. La proiezione al nuovo e la fascinazione della velocità si colgono già nel 1910 nel “Ritratto di donna” di Boccioni, in un impasto cromatico vibrante che vira dal divisionismo a suggestioni fauve (penso al “Ritratto con riga verde” di Matisse). Queste intuizioni si trovano realizzate nelle due opere di un altro maestro, Giacomo Balla, che stupiscono già nella prima sala: con “Linee-forza di mare” e “Linee andamentali spazio” Balla indaga il movimento e dunque la famigerata quarta dimensione, il tempo, con limpidezza analitica, quasi cronofotografica. Altra stazione imprescindibile nella visita è la sala dedicata al maceratese Ivo Pannaggi, con opere che vanno dai primi esempi di resa del reale per scomposizione e simultaneità (penso agli echi cubisti di “Mia madre legge il giornale” e “Natura morta”) al Futurismo pieno di “Treno in corsa”, in cui l’energia del motore si traduce nell’iterazione furiosa della materia grafica. Nella resa plastica e coloratissima della musica di “Jazz band” troviamo poi un’intenzione ludica che non è affatto estranea a un certo Futurismo, si pensi ai “Pagliaccetti” o ai “Danzatori lunari” di Depero, anch’essi parte della collezione.
Dal secondo futurismo maceratese di Tulli e Peschi, passando per l’Aeropittura di Dottori e Prampolini, arriviamo a un altro snodo chiave del secolo e quindi della mostra, la Metafisica. Si va dal Carrà ritmico e intriso di prospettive tre-quattrocentesche (“Marina con capanni” e “Madre e figlio”, attualmente in prestito) all’assoluto domestico e ammaliante di Morandi (“Natura morta” e “Vaso di rose”); e davvero si resta incantati di fronte a “Le Muse inquietanti” di De Chirico. Credo che nessun maceratese e nessun turista di passaggio dovrebbe vivere ignaro della meraviglia di questo cielo verde – un bagliore giallo all’orizzonte, da esplosione nucleare – che domina una prospettiva implacabile e pazzesca, abitata da manichini e oggetti enigmatici che realizzano nella loro classica perfezione tutto l’assurdo novecentesco, da Kafka a Pirandello.
Notevole anche la sezione dedicata alla Scuola Romana degli anni ‘20-‘30 e ai suoi maestri, dai Mafai a Capogrossi, da Cavalli a Pirandello. In particolare mi sembra imperdibile la sala dedicata a un altro maceratese illustre, Gino Bonichi, in arte Scipione. Fra tutti, “Fichi spaccati sul tavolo” e “La piovra”: gli oggetti (i frutti, la piuma, la piovra, il ritratto) affondano nel magma sanguigno del tavolo e si caricano di rimandi erotici e inquietanti (basti quell’eco tra occhi identici, dell’amata e della piovra). Scipione coniuga barocco, simbolismo e espressionismo con un’originalità che al di là delle scuole e degli influssi lo avvicina, all’interno di questa collezione, all’outsider per eccellenza Antonio Ligabue, con la sua “Tigre nella foresta con ragni”: potente, visionaria, assoluta.
Dovendo scegliere un’ultima sponda irrinunciabile per questa navigazione, approderei all’Informale, qui testimoniato da personalità dominanti come Burri, Scanavino, Capogrossi e naturalmente Fontana. Per la visione del suo “Concetto spaziale – Attese” consiglio la singolare prospettiva che si crea dalla Cappella di famiglia: attraverso la porta decorata a grottesche, il Compianto sul Cristo morto di Vittore Crivelli del XV secolo si trova sorprendentemente in asse con una delle immagini simbolo del XX secolo, la tela di un verde uniforme aperta dai celebri tagli a una nuova, enigmatica dimensione.
Al di là di queste segnalazioni, certo parziali a fronte della vastità della collezione, appare evidente come il museo sia riuscito negli anni ad arricchirsi in modo organico fino a raccogliere opere ed esponenti dei più rilevanti movimenti artistici novecenteschi: oltre a quanto già esaminato, pensiamo ai “Dissidenti di Cà Pesaro” tra cui spiccono Casorati e Prampolini, alla “Secessione Romana” di Melli e Carena, a “Valori Plastici” di Savinio e Carrà, a “Novecento” di Sironi e Funi, alla Pop Art di Schifano, Ceroli e Festa; a ciò si aggiungano gli scultori, da Medardo Rosso a Martini a Fazzini, fino al Dopoguerra di Manzù, Pomodoro, Trubbiani, solo per citarne alcuni. L’importanza di una collezione come questa sta poi a mio avviso nell’aver eliminato ogni rischio di schematismo: gli artisti sono resi nella complessità tutta novecentesca del loro agire, spesso in bilico tra Avanguardia e tradizione (l’“avanguardia del dubbio”, direbbe Caroli), tra l’astrazione e la tendenza a risalire al figurativo, tendenza non difforme se, come per Morandi, “nulla è più astratto del reale”. Così Licini spazia dalle geometrie di “Fantastico” al simbolismo dell’“Amalassunta”; De Chirico, dopo la rarefazione metafisica, approda al barocco dei “Cavalli” e dei “Cavalieri sulla spiaggia”; Guttuso rievoca la Scuola Romana in “Case”, ma vive anche la stagione dell’Iperrealismo con “Finestra a Riano Flaminio”; e Balla non è soltanto uno dei geni del futurismo ma ci regala nella maturità anche uno dei più bei soggetti figurativi del museo, il “Ritratto della Signora Vigliani Ranieri Clelia”.
A fronte di una politica museale così accurata e di un risultato tanto pregevole, si esce da Palazzo Ricci sempre col rimpianto di non essersi trattenuti abbastanza e con qualche perplessità: è triste dover aspettare le festività, Pasqua o la prossima estate, per una nuova apertura. E d’altronde non è così frequente che gli studenti della Provincia e della Regione vengano accompagnati a visitare un luogo tanto importante, dove l’apprendimento della storia dell’arte – e non solo – sarebbe incredibilmente agevolato e arricchito (solo sei scolaresche da aprile a novembre dello scorso anno). Forse è improprio ipotizzare per una collezione privata la nascita di laboratori didattici sul modello di quelli ideati da Bruno Munari all’interno della Pinacoteca di Brera; ma auspicare oggi l’infittirsi delle aperture, la nascita di nuove collaborazioni e di un sempre più proficuo rapporto tra la Fondazione e le scuole è l’unico modo per immaginare domani una cittadinanza davvero consapevole e una sempre crescente valorizzazione del territorio.
(La Fondazione è disponibile ad autorizzare visite straordinarie per scolaresche anche al di fuori dei periodi di apertura. Per qualsiasi altra informazione su date e orari visitare il sito www.palazzoricci.it. L’ingresso è gratuito. Il quadro è “La piovra. I molluschi, Pierina è arrivata in una grande città” di Scipione).