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di Simone Palucci

“Ho un ricordo vivido del concerto con Fabrizio De Andrè nel 1998 allo sferisterio. Una serata indimenticabile”. Ellade Bandini, uno dei principali batteristi del panorama musicale italiano, evoca, ricorda, propone, ride, strappa, cuce, parla di Goldrake e si proietta verso il futuro con le idee abbastanza chiare e la viscerale voglia di suonare ad libitum. Insieme a Giorgio Cordini e Mario Arcari, Bandini è stato uno dei musicisti storici di Fabrizio De Andrè, e il terzetto, sotto il nome di Mille anni ancora, sarà dopodomani in anteprima nazionale, alle 21, al teatro Lauro Rossi di Macerata con Donne e Uomini, concerto di Faber che passò nei teatri nel 1992. “L’arena maceratese è un gioiello che avete in città. Quella serata fu memorabile, per certi versi magica. Ricordo che ad una delle chitarre c’era Stefano Cerri, figlio del grande Franco Cerri, compagno di viaggio che purtroppo se ne andò poco dopo Fabrizio. Franco, il padre, jazzista straordinario che non ha mai volutamente assistito a concerti che non fossero di musica jazz, quella sera decise di venire e rimase estasiato, fu felice per il figlio e si complimentò con Fabrizio, che a sua volta si emozionò tantissimo”. Come è nata l’idea dei Mille anni ancora? “Tutto ha avuto inizio da Mario Arcari e Giorgio Cordini, nel senso che nel 2006 Mario, impareggiabile musicista di strumenti a fiato, più per gioco che per altro riarrangiò tutto il disco Storia di un impiegato di Fabrizio, e Giorgio, bravissimo chitarrista, fu colpito dalla cosa. Propose così, contattando anche me e il bassista Pier Michelatti, di iniziare a fare qualcosa di Fabrizio. Pier collaborò con noi solo all’inizio, poi per motivi di distanza abbandonò il progetto, invece noi iniziammo, affiancati anche da giovani musicisti, a portare le canzoni di Fabrizio in giro per i teatri. Fino all’anno scorso abbiamo fatto riscoprire la bellezza dello storico concerto al teatro Brancaccio, mentre quest’anno ci siamo concentrati su una tournee quasi sconosciuta, Donne e uomini, con la quale Fabrizio toccò alcuni teatri nel 1992. Uno spettacolo che pochi conoscono e che è stato visto solo da chi si trovava a teatro all’epoca. Il concerto, come recita il titolo, è diviso in due tempi, una prima parte dedicata alle donne, e vi saranno brani quali Infanzia di Maria, Tre madri, Giovanna D’Arco, Franziska, Le passanti e Bocca di rosa, mentre la seconda dedicata agli uomini, quindi prenderanno forma canzoni quali Sidùn, Sin capuan pascià, Creuza de ma e molte altre”. Chi canta? “Alessandro Adami, uno dei giovani compagni di viaggio, che ha una voce fantastica, anche perché sin da giovanissimo ha assorbito la musica di Fabrizio, senza però mai averlo imitato”. Come definirebbe il suo rapporto con De Andrè? “Una fortuna. Dopotutto sono stato sempre fortunato, ho suonato con moltissimi artisti, ma la mia santissima trinità è formata da Fabrizio De Andrè, Francesco Guccini e Paolo Conte. Con Fabrizio il primo incontro avvenne nel 1984, durante il tour di Creuza de ma. Aveva avuto problemi con il batterista, che non riusciva a stargli dietro, perché Fabrizio era geniale, ma quando aveva un’idea poi dovevi per forza assecondarlo. Mi incontrai per caso con Mauro Pagani che mi descrisse la situazione e mi propose il posto. Accettai, poi non smisi più di suonare con Fabrizio, che alternava convivialità ed amicizia, voglia di sentire storie e relazioni di gente normalissima come noi musicisti che magari dicevamo di aver incontrato una ragazza, a momenti di tensione pura, sul palco era capace di sfuriate, cercava la perfezione ed era sempre scontento, teneva alta la tensione, cosa che faceva, una volta mi lasciò intendere, per evitare che ci rilassassimo troppo. Alla fine di ogni concerto, che per lui e il suo imbarazzo sul palco era una tortura, non si è mai dichiarato soddisfatto. Però poi andavamo tutti a cena, e quando dico tutti intendo proprio tutti. Ricordo nel 1991, durante una tournee, facemmo più di una cena in quaranta. Fabrizio voleva che fossero presenti anche i tecnici, anche chi mi aveva montato la batteria, starci insieme, parlarci, condividere. Poi, finito il tour spariva portandosi dietro il suo terrore del palco”.  Qualche rimpianto? “Sì, di non averlo salutato a dovere, perché durante le prove prima della chiusura del tour del 1998 aveva dei dolori atroci e se ne andò. Ho questo ricordo triste di un uomo dolorante che in malo modo, di spalle, abbandona il palco. Insomma, il suo sorriso, le gambe incrociate, il ciuffo di capelli, la complicità di sguardi, i suoi colpi di tosse, le sigarette e, alla fine, questa immagine di Fabrizio di spalle, che va via”. Con Francesco Guccini? “Con Francesco ne abbiamo passate tante, lui non ha assolutamente il terrore da palco, ma un pessimismo cosmico sì, infatti ogni volta dice cose come questo disco non uscirà mai, oppure stasera al concerto non verrà nessuno. Ognuno ha le sue fisime. Francesco è un grande amico, ci si diverte sempre alla grande, adesso sono stato al suo mulino, a Pavana, per incidere L’Ultima Thule. L’idea è stata mia, sai quante volte gli ho detto che secondo me era un posto spettacolare per fare un live? Anche perché capisco che non abbia più voglia di spostarsi, quindi gli ho proposto di fare un concerto a settimana a Pavana, al mulino, così è la gente, qualche centinaio per volta, che va da lui. Non ne ha voglia”.  Con Vince Tempera e Ares Tavolazzi, insomma  i mitici The pleasure machine? “Con Ares ci si vede spessissimo, con Vince un po’ meno, però abbiamo fatto insieme proprio l’ultimo album di Guccini. Sì, come The pleasure machine, quando eravamo giovanissimi a Milano, non è che avevamo chissà che grande giro. Ricordo che accompagnavamo Wess e pochi altri, poi facemmo la sigla di Goldrake e Ufo robot, infine, nel 1970, collaborammo per la prima volta con Francesco Guccini, al suo terzo disco, L’isola non trovata”.