Tag

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Mike Licht/NotionsCapital.com, d'après Albert Anker (1831-1910)

di Giuliana Guazzaroni

Ogni volta che trasloco, ogni volta che viaggio, ogni volta che lavoro di qua o di là spostandomi in scrivanie liquide, ogni volta me ne accorgo. I libri pesano, ingombrano, non è possibile portarne molti con sé, bisogna sceglierli. Si accumulano in casa, nelle scrivanie, nelle librerie, nelle cantine poi si dimenticano, s’impolverano e non si ritrovano più.
Ingialliscono, deperiscono, sono soggetti alle unghie del gatto, conosco una gattina che ha distrutto intere collezioni di filosofia, libretti d’opera, Racconti per le Ore Piccole di Alfred Hitchcock e altro materiale cartaceo.
La carta è materia organica vivente, profuma attrae per la sua molteplicità di forme che riportano la data del tempo in cui sono state designate per essere impaginare in libri, volumi, oggetti. La carta richiede materia vivente, gli alberi; elementi primari, l’acqua; manodopera esperta e mille accortezze. La carta richiede spazi ampi per essere conservata; esige cura, manutenzione, restauro e dunque tempo. Tanto tempo, spazio e materia organica.
Avere oggetti di carta non è però così scontato, faccio attenzione ai documenti che stampo per non sprecarla, non smaltire il toner, non accumularla o gettarla per riciclarla. La carta è un bene di lusso, un prodotto dell’ingegno umano. Materiale deperibile e allo stesso tempo materiale che conserva, archivia e documenta capolavori dei secoli.
Niente mi toglie dalla testa che sia un bene di lusso, anche se ancora abbondante, è in via di estinzione. Come il vinile, pian piano sarà, presumo, rilegata a consumi di nicchia.
Leggere un testo scritto in uno schermo luminoso come quello di un computer è faticoso, non tutti, pur usandolo, ci riescono. Molte persone restano legate alla carta stampata, per rileggere, per esempio, ciò che si è scritto. Non vorrei parlare di scrittura (a mano, con una tastiera, con un programma che cattura la voce…) quanto di lettura. Pensare quanto può essere poco naturale leggere un testo scritto in un portatile. Lo schermo, innanzitutto, è generalmente retroilluminato e, oltre a emanare onde elettromagnetiche, stanca di più la vista rispetto a un generico foglio a stampa. Ed è per questo che mi sono documentata sulle possibili soluzioni, scartando l’ipotesi dell’oggetto a impatto ambientale zero, purtroppo non utilizzabile in larga scala, sono andata a curiosare Tablet ed eBook reader (eReader). Premetto di essere un’entusiasta del Web e delle tecnologie di frontiera, soprattutto quelle che offrono interfacce più naturali e/o immersive. Quelle che ti fanno uscire dal tuo concetto di scrivania materiale e massiccia e ti permettono usi in mobilità. Quel Web che esce dalle stanze buie e si dilata nell’ambiente o si riduce per entrare nelle tasche.
Tornando all’eReader ho pensato che concettualmente questo potesse liberare donne e uomini dalla schiavitù di dover stampare i documenti per portarli in treno, per esempio, e per affrancare la vista dalla lettura retroilluminata. Infatti, l’eReader è uno strumento tascabile, leggero (circa 150 grammi), con caratteri fatti a mano, schermi senza riflessi, possibilità di contenere più di 1.000 libri. Gli schermi a inchiostro elettronico assomigliano, infatti, alla carta stampata. Sono schermi opachi, non sono retroilluminati e anzi riflettono la luce in modo simile a quanto avviene con la carta cercando di offrire un’esperienza simile alla lettura naturale di un libro.
Ora so bene che da queste parti non hanno per niente preso piede, come invece è avvenuto in altri paesi, so bene che non piacciono a priori, ma soprattutto so bene che presentano, tecnicamente parlando, ancora grossi limiti e mancano di “apertura” dei formati. Io ne ho acquistato uno ma solo pochi giorni fa. Ho scelto un modello affidabile (tra quelli sul mercato) e senza troppi fronzoli. Ho scelto l’inchiostro elettronico. Avrei potuto fare già qualche anno fa quest’acquisto, ma ho sempre aspettato perché ne ho da sempre annusato i limiti tecnologici. Non nego che appena mi è arrivato volevo rispedirlo subito indietro, del resto sono abituata con portatile e cellulare di ultima generazione. Mi sembrava di essere tornata indietro e avere in mano una di quelle vecchie agende elettroniche, lo vedevo come uno strumento già obsoleto e soprattutto non mi piaceva come mi visualizzava i documenti. Allora l’ho lasciato lì nella sua scatola, l’ho lasciato decantare; potevo restituirlo e avere subito i soldi indietro. Ma non l’ho fatto, ho invece chiamato amici che lo usano da un po’. “Vecchi nerd” per intenderci (ehi, non ve la prendete quando leggerete quello che ho scritto!) e finalmente ho capito, ho capito la storia dei formati chiusi, ho capito come si fanno le cose, ho capito i giri macchinosi per leggere e come fare per i miei di documenti, i miei di eBook e non solo quelli forniti dalla casa madre! Bisogna fare due o tre operazioncine, per farle però qualcuno direbbe che bisogna essere un po’ “Skillati” (dall’inglese “Skill”) e solo allora avrò un’esperienza di lettura con l’eBook che sia più naturale e rappresentativa del libro vero e proprio. La morale è, dunque, che per leggere le proprie cose sull’eReader bisogna investire del tempo per adeguarle allo strumento. Il solito problema dei formati chiusi. Ognuno si crea il suo nella speranza di accattivarsi un’ampia fetta di clienti pigri e poco “Skillati” che acquistino anche i libri, e di conseguenza scelgano le proprie letture, fra l’ampia scelta del catalogo del fornitore del lettore elettronico stesso. Però guarda caso che in queste ampie raccolte trovo sempre poco che mi piace. Fortunatamente non sempre è così e anche offerte esterne più variegate e affini ai miei gusti si stanno facendo avanti nel mercato.
Tutto questo per affermare l’importanza dei formati aperti affinché strumenti e applicazioni possano essere il più possibile efficaci e non richiedano troppe competenze per essere riportati alle funzioni che lettori e utenti esigenti necessitano.
Tornando al mio eReader, lasciato lì nella sua scatola a decantare, finalmente convinta di non volerlo ridare indietro né sostituirlo con altri oggetti, l’ho estratto e ho iniziato a leggere i miei primi libri.
L’esperienza di lettura.
Non è neutro parlarne. Lo strumento è importante. Pur avendo le mie perplessità sulla macchinosità dello stesso (non è touch!), mi sono abbastanza ricreduta e ci ho preso gusto. Ho iniziato a leggere e a sfogliare le pagine con un click. Non è male. Non annuso la carta, non sfoglio le pagine materialmente, ma ci lascio le impronte. Non è male sapere quali frasi altri lettori hanno sottolineato, hanno commentato… mi rende l’esperienza più social. Certamente potrei fregarmene di sapere cosa piace e cosa non piace agli altri. Non è così, apprezzo molto avere queste indicazioni e magari aggiungervi le mie. Sia chiaro, parliamo sempre di una rappresentazione dell’azione di lettura del libro. Potevamo anche andare oltre e immaginare di fruire diversamente il contenuto in maniera ancora più estrema e immersiva, magari attraverso gli occhialini per la realtà aumentata. Perché no? Ma allora si potrebbe ancora parlare di lettura? Oppure di fruizione del virtuale? Non so, ma il mio eReader e io abbiamo fatto amicizia e ora per onorarla sto iniziando a cambiare i formati ai miei contenuti per metterceli dentro e portarli via con me. Già, infatti, esiste per questo per darmi la possibilità di portare con me la mia “Ombra” di dati. Il mio riflesso digitale, come direbbe Tim O’Reilly, il papà del 2.0. In altre parole ci metto le cose che ho scritto, le cose che voglio leggere; dunque narrativa, saggi, interviste, articoli. Ci metto i miei libri cult, i documenti a cui lavoro e me li porto dietro con leggerezza, sapendo che sono solo l’“Ombra” riflessa di quegli oggetti. Reali o virtuali? Tutti i libri sono davvero stampati su carta? No, non lo sono più. Alcuni nascono e restano digitali. Dunque non sono solo delle ombre catturabili con l’eReader? Oggetti tangibili e sfogliabili click su click, sottolineabili, discutibili con la Community dei lettori…
In conclusione… torniamo ai gatti, loro sembrano non averlo scoperto, forse lo ignorano, oppure non ne sentono l’odore e non percepiscono le impronte. Ma per quanto tempo ancora…?

(Foto: Le monde.fr Crédit image: Mike Licht/NotionsCapital.com, d’après Albert Anker 1831-1910)

 

 

 

Annunci