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di Manuel Caprari

Forse sono la persona meno indicata per scrivere un pezzo come questo. E proprio per questo lo scrivo, altrimenti dove sarebbe il divertimento?
Voglio dire che non ho niente contro i multisala. Li ho sempre frequentati senza nessun senso di colpa, e non credo ai luoghi comuni che vogliono il multisala come luogo (comune, appunto) in cui si portano i cervelli all’ammasso per trasformarli in popcorn. Ci ho visto film come “Un sapore di Ruggine e Ossa” di Audiard, “Biutiful” di Iñàrritu e un sacco d’altra roba veramente tosta; e ho visto, per contro, sotto il periodo natalizio, sale del centro intasate dai cinepanettoni quando ancora non si chiamavano cinepanettoni, ed è cosa buona e giusta, ché non si vive di sola arte.

Detto questo, io me lo ricordo il centro di Macerata pieno di sale cinematografiche. E ricordo soprattutto quel breve ma esaltante periodo in cui si poteva scegliere tra le cinque sale in centro e le sette del multisala, e arrivavano tutti i film, e quando dico tutti dico tutti: dal blockbuster più coatto al cinema d’autore più estremo. Io ho visto Tropical Malady di Apichatpong Weerasethakul (e vi giuro che il nome non è inventato), all’Excelsior, un pomeriggio di un giorno festivo. Eravamo in due: io e un signore quattro file dietro di me che si è addormentato ancora prima dei titoli di testa, e alla fine del film, uscendo dalla sala, non gli ho controllato il polso solo perché lo sentivo russare.
Ho visto Rosetta dei Dardenne all’Italia, e a un certo punto la pellicola ha preso fuoco, e abbiamo visto l’immagine arricciarsi e scomparire; non ricordo più dove ho visto gli ultimi dieci minuti de La Pianista di Haneke completamente fuori fuoco, e ho dovuto farmi raccontare il finale da amici.
(Badate bene che l’incidente tecnico succede anche nel multisala più tecnologico-multitasking-pirotecnico, non pensiate di scamparla all’errore umano, che è, appunto, umano, e vivaddio).
Tutto questo per dire che andare al cinema non è solo vedere un film; andare al cinema è un’esperienza in sé, ed è un peccato perdere la dimensione intima, quasi casalinga, del cinema sotto casa, con la moquette che forse è solo nella tua fantasia ma ci giureresti che puzza ancora di fumo di quando ancora nei cinema si fumava, secoli e secoli fa; e fermarsi a scambiare opinioni con l’esercente, e poi uscire, gli occhi cisposi ancora ripieni di immagini, a farti una birra al pub in cui conosci tutti e ci metti mezz’ora solo a salutare. Insomma, questi sono piaceri a cui rischiamo di disabituarci.
Oggi come oggi in centro a Macerata resiste solo il cinema Italia; e l’Excelsior, che però è aperto solo il martedì. Gli altri hanno chiuso, uno alla volta, inesorabilmente. L’obiezione viene da sé: evidentemente 12 schermi erano troppi. Per un po’ ha funzionato. La botta grossa l’avrà data la crisi. Il cinema non è percepibile come bene di prima necessità. Certo, la cultura non si mangia. Anche se a ben vedere la cultura libera la mente e aguzza l’ingegno, e questo aiuta nel lavoro e nella ricerca del lavoro…
Tornando a noi: forse è tardi; la decentralizzazione dei cinema sembra incontrovertibile. I due cinema che resistono in centro hanno un po’ l’aspetto del giapponese nella giungla che non s’è ancora reso conto che la guerra è finita. Salvo a volte pensare che, magari non ha mica tutti i torti, il giapponese, ché come diceva pure Lucio Dalla: “siamo stati sempre in guerra […] In guerra con noi stessi”. Con noi stessi, non contro. Non è la stessa cosa. Se capite cosa intendo (Foto di Humberto Marum).