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di Eleonora Tamburrini

Macerata, domenica 16 dicembre, in città regna la calca prenatalizia. La serena concentrazione che si respira alla Biblioteca Mozzi Borgetti è ancora più suggestiva e avvolgente. Anche quest’anno un folto pubblico ha riempito la Sala degli Specchi per assistere alla serata finale del Premio Poesia di Strada, giunto alla XV edizione. Da un’idea di Alessandro Seri e con il supporto dell’Associazione Licenze Poetiche, il concorso continua a richiamare un ampio numero di partecipanti – 200, questa volta – eterogenei per età, provenienza geografica e scelte stilistiche, arrivando a toccare negli anni vette importanti per quantità di artisti coinvolti e qualità dei lavori presentati.
Basti pensare che sono ormai 4500 gli autori che hanno sottoposto le loro sillogi alla giuria del premio, numerosi i paesi di origine oltre all’Italia, di spicco i nomi del panorama poetico contemporaneo che hanno partecipato e vinto passate edizioni, da Marco Giovenale a Massimo Sannelli, da Italo Testa a Eleonora Pinzuti, da Cristina Babino a Alessandro Ramberti, solo per citarne alcuni.
La giuria, composta quest’anno da Maria Grazia Calandrone, Enrico De Lea, Marco Di Pasquale, Renata Morresi e Alessandro Seri, ha selezionato dieci finalisti (Lucianna Argentino, Manuel Caprari, Alessandra Carnaroli, Ada Crippa, Gianluca D’Andrea , Fabio Franzin, Alessandra Greco, Domenico Arturo Ingenito, Luca Minola, Adelelmo Ruggieri) che in attesa del verdetto finale hanno letto i loro componimenti tra l’interesse e la partecipazione del pubblico, alla presenza dell’Assessore alla Cultura della Provincia di Macerata Massimiliano Bianchini. Alcuni di loro hanno percorso molti chilometri per arrivare, per assaporare la gioia del riconoscimento e soprattutto condividerla con chi come loro crede e si appassiona alla poesia, in uno scambio su più livelli che ha impressionato e coinvolto. Ricorderemo la palpabile emozione di Alessandra Greco tremante nel leggere i suoi testi, il sorriso chiaro di Fabio Franzin, la soddisfazione di Caprari e la felicità di Minola già vincitore della XIV edizione, l’intensa concentrazione di Alessandra Carnaroli e la commozione di Ada Crippa, specie nell’incontro e nell’immediata intesa con Gabriella Gattari, autrice del quadro ispirato alla sua poesia.
Come sempre infatti l’occasione del premio ha generato collaborazioni e moltiplicato le sinergie tra forme espressive: anche quest’anno un componimento di ciascun finalista è stato rappresentato da un gruppo selezionato di artisti visivi, per la prima volta significativamente tutto al femminile, composto da Anca Branzas, Cinzia Cicarè, Letizia Cirilli, Giada D’Addazio, Laura Della Valle, Maria Cecilia Ercoli, Cecilia Ferraro, Gabriella Gattari, Lisa Gelli e Susy Rastelli. Le tele sono attualmente in esposizione presso l’Osteria dei Pigliapochi a Macerata, ma saranno presto itineranti in molti luoghi della regione e d’Italia; senza contare che andranno ad aggiungersi all’ormai ricca collezione del Premio anche come presenza virtuale in Realtà Aumentata.
Finalmente al termine della serata è stato designato vincitore Fabio Franzin; al secondo posto Alessandra Carnaroli e al terzo Adelelmo Ruggieri. Si premia una poesia attiva, capace di convocare il lettore a un confronto serrato sulla realtà, consapevole del suo ruolo di testimonianza anche civile, lontana da qualsiasi forma di autocompiacimento. A cominciare dalla versificazione piana, persino scabra a tratti, di Ruggieri, che sceglie un lessico netto, misurato, per una contemplazione del mondo passata al filtro di un io discreto e doloroso. Nell’ironia di fronte all’incepparsi del vivere e ai riti della solitudine (“i giorni che nessuno si ricorda / di me, dal fisso mi chiamo al numero / di cellulare, e sorrido a sentirlo / squillare – poi chiudo, che posso fare.”), non c’è traccia di autocommiserazione o tentazione di resa, ma sempre la ricerca appassionata di un senso, sia esso da rintracciare nell’ordito della scrittura (“[…] ai blocchi di partenza / l’ultima sillaba, ma a metà ottava / (già è passata) ricomincio a capire: / tutto dove doveva stare stava”) o nella contemplazione commossa della natura (“Mi stringe il cuore il grigio delle nubi”).
Alessandra Carnaroli declina le paure e i mostri contemporanei – la malattia, il razzismo, la violenza, l’indifferenza – nel lessico un po’ atroce e un po’ bambino che la contraddistingue già da Femminimondo (“Già piccolina / Vermicina / Fiumicina / Dentro un tubo / Di sfiga natale”). La sintassi si sfrangia in elenco, si piega all’indicativo perenne, all’anacoluto: quasi una presa diretta dal dire quotidiano al dire poetico, un mimetismo straziante in cui deflagrano le metafore e i giochi verbali come atti d’accusa limpidi e inappellabili (“[…] siamo tutti militare con la mano grande che sfonda / gig robot d’acciaio fuori dalle discoteche d’italia a dire basta / alla violenza sulle donne solo / lame rotanti consenzienti e/ pazienti, snoq e ministra incassa disintegrazione”).
Anche Fabio Franzin squaderna i drammi della società civile contemporanea; il poeta trevigiano che ha raccontato, tanto in dialetto veneto che in lingua, le asprezze della fabbrica e l’ombra devastante della crisi (per tutti Fabrica e I canti dell’offesa) ritorna sul tema più bruciante, l’assenza del lavoro prima ancora della sua durezza. Una mancanza che si fa urgenza e che corrode l’operaio, l’uomo, intere generazioni, infine la società tutta, condannandola al solipsismo (“[…] Le addette dietro / il banco ogni tanto sbuffano, volgono / lo sguardo al soffitto come le sante / in estasi nei dipinti del rinascimento. / Non un dio la visione però, ma solo / una processione di poveri cristi […]”) o alla precarietà che spegne e abbrutisce al ritmo calante di un rintocco ungarettiano (“Si sta, vuoti, nel vuoto che ci scava, / crocefissi ad esso, senza chiodi, si sta / in questa stasi che consuma, nel torto / involontario, nella torbida schiuma / del rancore. Si sta, senza più cuore”).
Si è chiusa così la XV edizione di Poesia di Strada, in un clima di partecipazione e fermento, come accade quando si incontrano persone sempre in cammino, e per diverse strade alla ricerca. E si è chiusa con i versi di Franzin: intensi, mai inutilmente angolosi, fieri nella loro nudità disarmante, e per questo ancora più cogenti. Siamo in pericolo, i mostri pavesiani dell’epigrafe a I Canti dell’offesa si sono spinti ormai ben oltre il limite paventato. In un Paese dall’identità inquinata e dispersa, è utile ricominciare a pensare in questa lingua onesta, piena di umanità, sempre inclusiva nell’ampiezza del noi.
A questo, anche a questo, serve un premio di poesia.

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