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di Lucia Cattani

Le Marche dalle colline fertili e molli di pioggia, di uliveti contorti come divinità sofferenti, dove la roccia di un blu candido a volte si fa evanescente da una parte dell’orizzonte. L’interminato spazio che compare e scompare ad ogni sguardo, gli echi, le onde del mare opposte alle montagne, lo scontro titanico che avviene da sempre tra roccia e flutti, come nel caso della costa violenta e minacciosa del promontorio del Conero, dei colli di Ancona – pietra dura, imponente, che si scaglia a picco sul mare, che nei momenti di collera riversa pesanti frammenti negli abissi. Le Marche, dalle terre piene di fiori, in cui le stagioni sono sensibili e riconoscibili, sono riconoscenti alle mani callose dei contadini che curano i loro frutti: così regala, questa regione, flora spontanea come le deliziose ginestre, cariche di poesia, come i corbezzoli e le giunchiglie, la pianta di borragine, La malva, i gigli, le rose selvatiche, i denti di leone, la ruta, l’artemisia, il tarassaco, la stellaria, le fragoline di bosco. Marche come terre di Sibille, di maghi, di leggende, di racconti bisbigliati, di luci soffuse e fate giocose, di streghe che le nonne giurano volassero al crepuscolo intorno alle fonti da cui si andava ad attingere l’acqua.

Marche come odore di salsedine e muschio che si fondono insieme e che creano una progenie particolare, un popolo inafferrabile ed ondivago, che nasce, viaggia, torna nella sua terra, gente che sempre ammette di avere nella memoria il dolce odore di culla sicura, di sole abbagliante e di quella vita rigogliosa e multiforme che nessuno risparmia. Essere marchigiano è prerogativa di chi vi riflette, di chi si accorge del diverso significato che la parola Infinito suona alle proprie orecchie, di chi conosce l’intimità di una casa antica di mattoni di pietra, del sapore di una fetta di pane ed olio dopo una faticosa giornata di lavoro, degli sguardi assenti verso il limitare dell’orizzonte sul mare e di quel lembo di terra sconosciuta che nell’aurora limpida si intravede- quasi fosse la promessa di un paradiso terrestre vicino e irraggiungibile.

Il microcosmo che è questa regione non può essere compresa nella sua pienezza dall’esperienza individuale: così tanti aspetti meravigliosi e insospettati emergono da ciascuna voce, da ciascuna vita. Ci sono quelle altisonanti di poeti immortali come Leopardi, Volponi, Scataglini, Matacotta, Sibilla Aleramo, Joyce Lussu, dall’arte di Raffaello Sanzio, Barocci, Gentile da Fabriano, dei contemporanei Licini, Caffè, Gino Bonichi (o Scipione), nella musica di Rossini e Pergolesi: sono tutti artisti che hanno riversato la loro piccola scintilla marchigiana nella propria arte, nei quali particolari è bello indugiare e riconoscere una scena familiare, un dettaglio dell’infanzia, un odore conosciuto e dimenticato per un po’, senza mai però togliere quel non so ché di inafferrabile che pervade l’anima delle Marche, una regione ancora poco comunicata.

Mostrare, svelare il celato, confidare ciò che è segreto intimo e individuale è ciò che riescono a compire diciassette scrittrici marchigiane in una delicata antologia di racconti, ciascuno meravigliosamente diverso dagli altri per stile, prosa, esperienza, argomento. Le autrici sono contemporanee e profondamente legate alla regione, alle sue idiosincrasie, alle sue virtù e alle sue fragilità. Sono diciassette tracciati di vite autonome, che pur non avendo molto in comune mostrano la stessa inafferrabilità della nostra terra: è un viaggio di memorie, territori, esperienze, denunce e speranza verso il futuro. Pur nella loro lontananza, tra i racconti, saggi, riflessioni di Femminile Plurale (titolo che palesemente vuole essere sia metafora dell’unica regione che presenta questi requisiti, sia allusione alla visione del tutto femminile di una terra forse più madre che dimora, priva di quella disillusione maschile, di quello schematismo e ordine che altre terre domina) sembra essere presente una continuità: la carne si compone dello stesso spirito, degli stessi elementi, e le diciassette voci sembrano essere altrettanti tipi di fiori che appartengono allo stesso giardino, che dello stesso humus si alimentano. Sarebbe del tutto inutile in questa sede operare un excursus sul singolo racconto, sulla singola autrice dal momento che ad introdurre le prose c’è una limpida introduzione di Cristina Babino, la curatrice di Femminile Plurale, che dimostra quanto il volume non sia inscrivibile nelle tante guide per turisti sulle curiosità regionali. Il motivo è chiaro appena iniziano i racconti, le prose ibride, le trattazioni, le descrizioni. Le sezioni in cui è stato suddiviso il libro sono quattro, declinate ironicamente anch’esse al femminile plurale, quattro sono i fili conduttori dei racconti che vi sono contenuti.

Si inizia dalla sezione Sibille, già accennato emblema della marchigianità, in cui confluiscono le diverse esperienze tessute con il territorio da parte di sei autrici sotto forma narrativa, di racconto: Franca Mancinelli, Maria Angela Bedini, Lucia Tancredi, Caterina Morgantini, Maria Grazia Maiorino ed Alessandra Carnaroli fanno parte di questa sezione e il primo impatto è sorprendente. Forse dipende dalla marchigianità della sottoscritta, ma le descrizioni, le sensibilità di Franca Mancinelli sono riuscite a commuovermi, a suscitare in me un intenso senso di nostalgia e al tempo stesso di comprensione. Quelle parole scritte che parlano di statue abbandonate e dimenticate, di erbe sul selciato, di spiritualità silenziosa e modesta, del legame e del valore affettivo del Nome, degli usi antichi e ancora vivi le ho sentite mie, oltre che della penna che ha dato forma materica ad esse. Il rapporto con la nonna, dal nome Maria che è anche il suo come della madre, e della madre della madre, e così via, così colmo di delicatezza e silenzi, fragilità e tenerezza, ha richiamato alla luce gli occhi impauriti dalla vecchiaia di mia nonna, marchigiana, contadina, che anche a me faceva il segno della croce sulla fronte prima che da bambina mi coricassi. Altrettanto delicati e forti sono i tre racconti botanici usciti dalla penna di Lucia Tancredi, capaci di mettere in luce l’importanza di tre autrici di grande valore per la cultura letteraria marchigiana. Giungono in seguito i rumori e le luci fastidiose di un’Ancona decadente e lasciata a se stessa, l’emblema del degrado letto dalla Carnaroli nell’opera Violata che tanto ha fatto discutere: simulacro posto a nascondere l’incuria delle violenze private e quotidiane che restano impunite, celate dal materiale ferroso dell’impudica statua, misero tentativo di, ancora una volta, creare castelli di apparenze senza alcun valore. La forma del racconto è ricca di termini dialettali, anacoluti e il miracolo delle parole è compiuto: si intravede lo squallore di una sessualità avvelenata dalle regole sociali, un dolore imposto dalla legge e schernito con l’immagine di una donna meccanica, insensibile, che si rialza come se la sofferenza non ci fosse stata, come se fosse più importante la borsa che stringe con tanta veemenza in mano che la propria dignità violata.

Proprio dall’argomento della violenza parte la seconda sezione, Sirene, in cui troviamo richiami al presente, in cui si parte da fatti di cronaca con gli scritti di Cristina Babino, Anuska Pambianchi e Natalia Paci. Quest’ultima propone uno scorcio autobiografico di grande effetto che mostra il legame apparentemente impossibile tra la vita di avvocatessa, madre e donna in un contesto di crisi, nel panorama deprimente della Fincantieri che minaccia la chiusura e di padri di famiglia che chiedono aiuto per poter tornare al proprio lavoro: un dramma che amaramente si intitola Sbarcare il Lunario.

Troviamo diverse trattazioni nella sezione Pleiadi, ovvero tre omaggi da parte di Luana Trapè , Eleonora Tamburrini ed Elena Frontaloni a tre personalità artistiche che hanno raccontato meglio di chiunque altro l’animo delle Marche. Particolarmente affascinante è la voce di Eleonora Tamburrini nella sua particolare critica della scrittrice Dolores Prato, autrice di Giù la piazza non c’è nessuno, autobiografia imperdibile che mostra la Treia tra Otto e Novecento. La vita di una giovinetta ormai lontanissima dall’autrice riecheggia nelle “severe case del borgo”, nell’orto, nel giardino di un collegio e l’espressione della quotidianità di provincia insita in figure archetipiche. Eleonora Tamburrini vede nascere “la lingua serpentina e incostante di Dolores Prato da questo snodarsi di altezze, curve, profondità” che sono quelle proprie della nostra regione. Quel sentore di marchigianità risorge nella vecchiaia dell’autrice e le dà la forza di far risorgere Treia dalla piazza romana della sua maturità, come attraverso una visione epifanica che l’avvicina a Joyce e Virginia Woolf.

L’ultima parte dell’antologia, Chimere, porta a riscoprire l’importanza di un ingente patrimonio artistico presente e nascosto nelle Marche, nei suoi meandri, nei suoi paesini sperduti tra le colline, una scoperta che può giungere solo tramite l’osservazione, la ricerca, l’esperienza. A scrivere sono Renata Morresi, Entrica Loggi, Daniela Simoni, Allì Caracciolo e Maria Lenti. Di grande poesia è il laico pellegrinaggio in cui ci accompagna Renata Morresi, alla ricerca di un affresco di Lorenzo Lotto: si tratta di una prosa che lascia senza fiato e con tanta meraviglia di fronte ad un approccio così naturale, ironico, empatico dell’autrice con la sua terra. Renata Morresi gioca con le parole e con le sensazioni caleidoscopiche che è normale provare nel corso della tipica giornata di una donna che non nasconde la propria vita e le proprie mansioni di madre, lavoratrice, artista e al tempo stesso abitante curiosa e inarrestabile di una terra che è parte di lei. Scrive: “ Questa è probabilmente una delle zone del mondo occidentale a più alto tasso di sfruttamento del suolo. Manco un metro quadro senza orto, una fabbrichetta, un pannello solare, un laboratorio in nero, una causa di sconfinamento, un abuso architettonico. Tutto è così pieno, sismico, stipato di migliaia di mani umane che il rumore ti stordisce gli occhi. Basta che affondi un metro sottoterra e vengon su necropoli o focolari di pietra o fondamenta impiantate da secoli e marce. Tutto è sudario. Se non altro bastano un paio di chilometri di strada nuda e ailanti ai fianchi che sembra tornato il silenzio.” Vita quotidiana ed eternità di secoli e secoli di passato si intrecciano: il fulcro è il Lotto, gioiello prestigioso nella piccola realtà. L’arte che si confronta con gli uomini, a volte piccoli umani che di un’Annunciazione pregevole nascosta a Recanati restano concentrati e affascinati dal gatto presente nel quadro e ne fanno il ritratto. La metafora sembra perfetta per una regione fatta di meravigliosi dettagli, paesaggi metamorfici, semplicità antiche e contemporanee prigioni.

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